«Ti ho detto che il modo di vivere di Pannini era tale da destare anche le maligne supposizioni della gente, e le aveva destate difatti. I famigli susurravan piano, e le comari del quartiere ripetevano forte che a pagare tutto il lusso del signor maggiordomo non bastavano le paghe onestamente da esso guadagnate, ma concorrevano alcune particelle dei redditi della casa di Campidoro, abilmente da esso stornate ne' suoi conti. Il male e le colpe dei nostri nemici si credono molto agevolmente e con molto diletto; Biale credeva codesto di Pannini, e determinò provarlo ai padroni e vi si accinse con tutta la pertinacia e la sagacità dell'odio.

«Non saprei dirti come ci sia riuscito; il fatto è ch'egli raccolse certi documenti e li presentò al marchese ed alla marchesa, i quali ne furono convinti che il loro maggiordomo rubava a man salva. Il modo con cui Pannini aveva ottenuto dal vecchio padrone moribondo que' vantaggi e quelle note di encomio nel testamento non era piaciuto nemmeno all'allora vivente marchese ed a sua moglie, i contegni del maggiordomo di poi avevano sempre più indisposto l'animo loro verso di esso: onde, alle rivelazioni avute da Biale, senza voler scendere a spiegazioni di sorta, senza il menomo rimprovero nè altro, il marchese e la marchesa, pagato Pannini di quanto per ogni ragione gli spettasse, gli fecero significare che aveva da considerarsi aver cessato di essere loro maggiordomo.

«A Pannini fu come una tegola che gli fosse cascata sul capo passeggiando. Capì che la sua disgrazia la doveva a Biale, e se glie ne accrescesse odio è facile pensarlo: fosse l'accoramento per questa sua sventura o la rabbia di non potersi vendicare, il fatto è che non andò molto tempo ch'egli si morì lasciando suo figlio in povere fortune e nell'animo di lui l'odio verso il Biale, maggiore ancora di quello ch'egli non avesse.

«Questo suo figlio, che è poi il padre del marito della signora Lisa, aveva ancor egli, come e più che il padre, un grande amore per lo sfarzo e per lo spendere, e trovavasi disgraziatamente al verde. Venduto quel poco che gli era rimasto dell'eredità paterna, egli era andato ad arruolarsi in un reggimento dell'esercito, e in questa carriera militare, che egli abbracciava quasi per disperazione, doveva trovarsi a fronte il figliuolo del nemico di suo padre, il quasi a lui coetaneo Carlo Biale.

«Questi aveva scelto tale carriera parte per inclinazione, parte eziandio per torsi da casa, dove l'umore diventato acre, intollerante ed ingiustissimo di suo padre, gli rendeva quasi insopportabile il soggiorno. Dopo la cacciata del Pannini e ancora più dopo la morte di lui, Biale mentre di fisico pareva invecchiato di dieci anni, di morale era divenuto il più cupo, il più irritabile, il più scontroso degli uomini. Si sarebbe detto che una pena interna lo rodeva continuamente, e ch'egli non potendo nè scacciarla nè sfogarsene altrimenti, si travagliava maledettamente in una continua rabbia contro sè stesso e contro altrui; rabbia che tutta incessantemente andava a cadere sul capo del povero Carlo.

«Non ci volle poco a far consentire il padre ch'egli andasse soldato; ma l'intervento del marchese, e della marchesa sopra tutto, la quale andava pazza per le monture militari, valsero a vincere la sua renitenza. Carlo a diciott'anni entrò semplice soldato in un reggimento di fanteria; non volle esenzioni e privilegi nella vita del soldato, benchè la protezione dei Campidoro gliene avrebbe potuto procurare d'ogni fatta, e non si distinse da ogni altro che per zelo e buona condotta. Ma tuttavia la protezione della nobile famiglia non gli fu inefficace, perchè passato rapidamente pei gradi subalterni, quattro anni dopo d'essersi arruolato, egli era promosso ufficiale. Il figliuolo del disgraziato Pannini da molti più anni si impazientava alla soglia di questa ambita promozione nel grado subalterno di sergente. Ma in quella ecco avvenire a Carlo una sciagura e svelarglisi un tremendo segreto che doveva influire su tutta la sua vita di poi.

«Era egli di guarnigione a Genova, quando riceve una lettera pressante che lo invita a venire senza il menomo indugio a Torino, se vuole ancora vedere in questo mondo suo padre, assalito da una violenta malattia, e condannato senza rimedio. Il colonnello del suo reggimento, che di molto amava e stimava il giovane Carlo, gli dà tosto di suo capo il permesso di venirsene, ed egli accorre colla maggiore rapidità che gli era concessa. Arriva che suo padre è proprio all'agonia; ma nel moribondo è ancora tutta la sua cognizione, ed è ardente, pieno d'impazienza il desiderio di veder suo figlio, di potergli dire alcune ultime parole prima di chiuder per sempre gli occhi. Carlo s'accosta al letto, tremante, piangente, e quasi non riconosce suo padre in quel cadavere in cui non c'è più di animato che due occhi sbarrati, febbrili, riarsi da un fuoco interno, agitati e quasi direste paurosi. Il morente gli fa cenno accosti più che può l'orecchio alle sue labbra, da cui greve, affannato, penoso esce il rifiato interrotto dal singhiozzo della morte, e Carlo si curva sul giacente e questi con quel filo di voce che gli rimane sussurra:

«—Non morivo tranquillo senza svelarti una cosa che da tempo mi tormenta… che è un mio gran rimorso… che temo Dio non mi perdoni…

«Un singhiozzo l'interruppe: Carlo volle dire alcune parole di conforto, ma il padre accennando cogli occhi lo lasciasse parlare, temendo di non avere il tempo di finire la fatale confidenza, si affrettò a soggiungere:

«—Pannini era innocente… Sono io che l'ho rovinato… io che l'ho fatto morire nella miseria calunniandolo… «Carlo fece un moto di sorpresa che poteva anche dirsi di orrore.