«—Ah!… potessi riparare… balbettò ancora il morente in cui la voce veniva meno, poi torse gli occhi, agitò le labbra per pronunciare altre parole, ma nessun suono ne uscì più; una lieve contrazione ne corse i lineamenti, e il capo ricadde abbandonato sul guanciale. Era morto.
«Pensate qual esser dovesse l'animo dell'onesto, intemerato Carlo, in presenza del cadavere di suo padre dopo una rivelazione siffatta!
«Il pensiero che subito sorse nella dolorosa confusione ond'era stata invasa la sua mente all'apprendere quel fatale, inaspettato segreto, siffatto pensiero era quello cui avevano accennato le ultime parole pronunziate da suo padre, le quali rivelavano di certo il desiderio con cui egli era morto; era quello che non poteva a meno di sorgere in un'anima così onesta: riparare!
«Ma come farlo? In qual modo e in qual misura? Carlo stette innanzi a suo padre morto, le mani serrate con forza di contrazione muscolare, muto, immobile, pallido, fissando quel cadavere come se da quei lineamenti distesi dalla mano della morte, da quelle labbra chiuse per sempre gli dovesse venire tuttavia un'indicazione del come eseguire il dover suo, poichè egli non aveva menomamente indugiato a sentire che quello era oramai un suo impreteribile dovere.
«Che notte fosse quella ch'egli passò dopo la morte del padre e la terribile rivelazione, egli solo potrebbe dirlo, e non disse mai a nessuno; ma il mattino la sua decisione era presa. Per prima cosa si recò dai signori di Campidoro ed apprese loro tutta la verità, perchè nel loro concetto fosse riabilitata la memoria del morto maggiordomo. Egli aveva sentito che di due sorta doveva essere la riparazione da farsi al calunniato: una morale, distruggendo il falso giudizio che di lui aveva recato chi l'aveva creduto colpevole; l'altra materiale, risarcendo per quanto a lui fosse possibile la famiglia di quella vittima, dei danni finanziari che aveva sofferto. Dopo aver dunque manifestato il vero al marchese ed alla marchesa di Campidoro, fece due parti dell'eredità che gli aveva lasciato suo padre ed una fece pervenire misteriosamente al figliuolo di Pannini. Verso di costui egli non aveva nessun debito di svelare la colpa di suo padre: purchè lo risarcisse ampiamente di quello che aveva perduto. Gli fece pervenire la vistosa somma come il pagamento d'un debitore di suo padre, che desiderava rimanersi sconosciuto. Pannini accolse questo come un bel regalo della sorte, e non cercò altro, non sospettando nemmeno che la cosa potesse venire da Biale; e siccome era sempre del medesimo umore spendereccio, si diede a farla alla grande con quei denari, per quanto gli consentiva la vita di subalterno militare. Avrebbe rinunziato a questa uggiosa esistenza, ma i Campidoro volendo alla loro volta risarcire in alcun modo il figliuolo del loro antico maggiordomo, ottenevano a poco andare anche per lui le spalline da ufficiale, ed egli trovandosi assai leggiadro e piacente sotto la montura, continuava volonteroso. Poco dopo si univa in maritaggio con una bella ragazza che gli arrecava una discreta dote, e ne nasceva un figliuolo, che è il presente Gustavo Pannini.
«Ma volle sventura che un giorno Carlo Biale, promosso ad un grado superiore, fosse cambiato di reggimento, e mandato in quello appunto in cui era Pannini. Nell'animo di costui non era punto scemato l'odio che nutriva verso il figliuolo del nemico di suo padre, di cui non sospettava, e non avrebbe creduta mai la generosa azione a suo riguardo.
«La severità di modi, l'asciutto riserbo di Carlo dispiacquero sempre più a Pannini, il quale non lasciava occasione di scoccare qualche frizzo mordace contro di lui: nè valse a placarlo il modo degno e leale con cui Carlo trattava; e tutti, in breve, nel reggimento furono persuasi che una gran ruggine era fra quei due, e che sarebbe bastata una lieve circostanza a far nascere fra loro una collisione: questa circostanza Pannini tentava ad ogni modo di far nascere, e Biale invece con pari cura e con successo migliore faceva ad impedire. Di codesto, come accade, fra gli ufficiali del reggimento si faceva un gran discorrere, e chi temeva per l'uno e chi per l'altro, con discussioni calorose che minacciavano persino produrre le più triste conseguenze; gli amici di Pannini cominciavano a tacciare di pusillanimità la prudenza di Biale, e i parteggiatori di quest'ultimo battezzavano per impertinenza la volontà provocatrice del primo. In verità Pannini aveva molti più aderenti che non Carlo, il quale, venuto l'ultimo nel reggimento, colla serietà del suo carattere allontanava da sè la famigliarità e la confidenza che sogliono aver luogo fra camerati.
«Le cose erano a questo punto, quando la circostanza tanto aspettata da Pannini avvenne pur troppo. Si era in piazza d'armi alle manovre, e Biale in mancanza dell'aiutante maggiore faceva egli siffatto servizio. In un movimento qualunque, Pannini, che comandava un pelottone, si sbagliò e Carlo l'ebbe ad ammonire: era un movimento importante, occorreva fosse eseguito rapidamente, e si era sotto gli occhi del colonnello severissimo, che avrebbe acerbamente rampognato l'errore: per ciò le parole di Biale furono forse più vivaci ed impazienti che non sarebbero state in altro momento, e Pannini sentì montarsi la stizza, offeso il suo orgoglio, che era cotanto, nell'essere rimbrottato in presenza del reggimento. Si fermò egli fuori delle righe, al posto in cui si trovava, e rispose alcune insolenti parole al suo correttore; Biale rimbeccò ordinandogli, come superiore, tacesse ed obbedisse: in quella soprarrivò il colonnello, che volle sapere ciò che accadesse: informatone brevemente da Carlo, il comandante del reggimento, il quale in siffatte cose era scrupolosissimo, disse forte colla sua voce chiara di comando:
«—Sottotenente Pannini, cinque giorni di arresto nella propria camera.
«Pannini tornò al suo posto pallido e mordendosi le labbra.