«—Dio non le possa perdonar mai, se ella avrà ad essere l'assassino della mia famiglia.
«Biale rimase solo sotto l'impressione di quelle crude parole che gli penetrarono profondo nell'anima.—L'assassino di quella famiglia!—Tutta notte sentì intronare nel suo cervello quest'orribile grido. Era dunque fatale che quelli del suo sangue fossero funesti ai Pannini? Quel povero bambino, quando fosse rimasto orfano, con che forza avrebbe gridato al cielo vendetta contro di lui, come aspramente il rimorso avrebbe travagliato il cuore di Carlo! Aveva egli riparato in parte al danno recato a quella famiglia da suo padre per recargliene egli stesso uno maggiore? Andar sul terreno era un esporsi a diventar omicida; la donna sconsolata che era venuta a supplicarlo aveva avuto ragione di non contentarsi della promessa da lui voluta dare di risparmiare i giorni dell'avversario; ben sentiva egli stesso che in faccia alla punta della spada nemica difficilmente sarebbe stato padrone di sè. Dunque?… Non aveva egli verso il figliuolo della vittima di suo padre doveri diversi e maggiori che non verso ogni altro?… Quando egli fosse giunto a persuadersi che questo dovere lo aveva, l'avrebbe compito senza fallo, qualunque cosa gli avesse costato; ma respingeva questa persuasione. Lottò lungamente; alla fine vinsero la pietà e quel sentimento esagerato del suo debito verso Pannini, cui la sua anima di probità dilicatissima aveva concepito: determinò che non avrebbe a niun conto incrociato la spada col figliuolo dell'antico maggiordomo di casa Campidoro. Giunto il mattino, scrisse due lettere: una ai suoi padrini, l'altra al suo avversario; diceva in entrambe che più mature considerazioni fatte lo avevano deciso a non battersi altrimenti, che molto gli doleva quanto era avvenuto fra lui e Pannini; ma di quanto riguardava il servizio, egli superiore di grado non aveva da renderne ragione nessuna, e se nei fatti suoi v'era alcuna cosa all'infuori di ciò che avesse offeso il sottotenente, egli, stato sempre lontanissimo dall'avere una simile intenzione, non esitava a dichiarare aperto la sua maggiore stima per l'avversario.
«Questo diportarsi di Carlo fu uno scandalo per tutto il reggimento, che lo tacciò senza esitazione per atto di viltà. I padrini di Biale accorsero strepitando al suo alloggio: ma un uomo come quello non aveva potuto risolversi ad un passo di tal fatta senza molto travaglio; appresero ch'egli era in letto con una febbre gagliarda e trovarono nell'anticamera il suo fido soldato di servizio che per ordine del medico non lasciava penetrare nessuno presso di lui.
«Per una settimana, durante cui Biale fu ammalato, Pannini trionfò presso i compagni, di cui non uno era disposto ad approvare la condotta del signor Carlo: non una visita venne a dimostrare al malato la simpatia e il riguardo di alcuno de' suoi compagni d'arme. Solo una donna venne copertamente una sera a ringraziarlo piangendo di riconoscenza: era la moglie di Pannini, la madre di Gustavo. Tutta l'ufficialità del reggimento aveva sentenziato che Biale era indegno di appartenere al loro corpo, e che bisognava assolutamente fargli prendere le sue dimissioni.
«Quando Carlo si presentò la prima volta dopo ciò ai suoi commilitoni, tutti gli volsero le spalle col più appariscente disprezzo, nessuno gli diresse la parola, ed a ciò ch'egli disse non fu risposto, come se da nessuno fosse udito: egli divenne più pallido di quel che già era in seguito a quella settimana di malattia, si morse le labbra, ma incrociate le braccia al petto, stette immobile senza più aggiunger verbo.
«Sopravvenne il colonnello, il quale naturalmente era stato informato di tutto. Per ragioni di servizio dovette egli rivolgere la parola a Biale, ma lo fece con più asciutta brevità e con burbero accento più che non mai prima, e innanzi di partirsi gli disse bruscamente che desiderava parlare con lui e lo attendeva ad una data ora in casa sua.
«Quando Carlo si recò dal colonnello, questi lo accolse nel suo salotto, dritto innanzi al camino, con una faccia delle più accigliate. Lasciatolo appena varcar la soglia, il colonnello interrogò Biale con impetuosa vivacità:
«—È egli vero ciò che apprendo sul suo conto, signor luogotenente?
«—Che cosa? domandò a sua volta Biale con rispetto, ma con fermezza e in contegno tutt'altro che di colpevole.
«—Che lei, sfidato da Pannini, al momento del duello ha rifiutato di battersi?