«Il nuovo maggiore, al primo presentarglisi degli ufficiali del battaglione, riconobbe tosto Biale; onde, non manifestato nulla in presenza degli altri, quando furono in sul congedarsi, egli pregò l'antico suo collega di volersi soffermare un momento con lui. Rimasti soli, gli disse che aveva gran bisogno d'una franca spiegazione da colui che al tempo della loro contesa era suo superiore, ed ora trovavasi suo subalterno. Col fatto Biale aveva dimostro che non era per nessun ignobile motivo ch'egli aveva rifiutato di battersi con Pannini, e il colonnello a costui aveva ripetute di poi le parole dettogli da Biale medesimo: che una segreta ragione gli aveva impedito d'incrociare il ferro con colui che l'aveva sfidato; Pannini ora, al momento di veder cominciare una nuova fase di necessariamente seguitate e frequenti attinenze fra di loro, desiderava sapere questa segreta ragione, od almeno conoscere se in essa v'era cosa alcuna che leder potesse il suo onore e la sua delicatezza.
«Senza punto esitazione Biale s'affrettò a dichiarare che quest'ultimo supposto non reggeva menomamente, e ch'egli di chi gli parlava aveva sempre avuto piena stima; ma poi circa allo svelare questo segreto motivo egli esitò, apparve manifestamente impacciato, e finì per dire che la memoria della stretta relazione che passava un tempo fra le loro famiglie e dell'infanzia passata insieme in gran parte, gli faceva considerare Pannini quasi come un parente e lo avea reso ripugnantissimo ad una lotta fratricida con esso.
«Il padre di Gustavo si contentò di questa spiegazione; gli anni lo avevano fatto più calmo e più assennato anche lui: tese francamente la mano al suo antico avversario, e disse che aveva riconosciuto in appresso come in quella circostanza la ragione non istesse dalla sua parte, che molto eragli doluto d'esser egli stato causa delle disavventure che n'erano successe a Carlo, che glie le perdonasse, e poichè egli aveva ricordato le antiche attinenze e l'antica amicizia d'infanzia volesse anche da canto suo far rivivere quel passato e considerar lui come suo antico camerata ed amico.
«Biale rispose, non senza commozione, a quel franco e leale parlare, ch'egli avea tutto dimenticato; che d'altra parte, egli non aveva mai dato colpa a lui dei tristi avvenimenti che gli erano capitati, ma piuttosto alla sorte, e che nulla eragli più caro di risuscitare l'antica domestichezza e l'antica affezione.
«Così fu in realtà, e da quel punto ogni rancore fra quelle due famiglie fu spento; cosa di cui non poco si rallegrò il bravo cuore del signor Carlo.
«Il quale al fuoco delle battaglie erasi mostrato uno de' più valorosi. Dopo il primo scontro a cui prese parte il battaglione, sotto il comando di Pannini, questi domandò ed ottenne pel suo antico rivale la medaglia d'onore pel valor militare; e ad un fatto d'armi posteriore, Pannini domandava ed otteneva del pari pel valoroso Biale il grado di capitano nel medesimo battaglione.
«Le loro condizioni domestiche erano quasi identiche, ed uguali le apprensioni e i timori del loro cuore di padre. Pannini aveva un figliuolo di dodici anni incirca, di cui era solo sostegno, ed a cui morendo non avrebbe lasciato che debiti; senza pur cessare d'affrontare imperterrito ogni rischio, egli temeva la morte che avrebbe lasciato solo al mondo in sì infelici condizioni il figliuolo. Biale aveva ancor egli una moglie e una figliuola dilettissime, e con pena pensava egli pure alla sorte di quelle care persone, quand'egli soccombesse. Vennero a promettersi scambievolmente che quello dei due sopravvivesse non avrebbe abbandonato la famiglia del caduto e glie ne terrebbe luogo per quanto gli fosse possibile.
«Dopo ciò Pannini, il quale da qualche tempo sembrava agitato da funesti presentimenti, fu più tranquillo, e con maggiore audacia ancora s'espose ai pericoli, pur rampognando il capitano di troppa imprudenza. La disgraziata campagna del quarantotto finì senza che nè l'uno nè l'altro fossero rimasti vittima; il signor Carlo era stato ferito bensì, ma lievemente, e dopo poco tempo aveva potuto riprendere il comando della sua compagnia.
«Durante l'armistizio, il capitano era venuto ad abbracciare la moglie e la figliuola, e Pannini, accompagnatolo in una licenza di pochi giorni, gli aveva fatto conoscere suo figlio Gustavo cui faceva educare in un collegio convitto di provincia. Il giovinetto aveva una cert'aria d'intelligenza ed un aspetto di franchezza che molto erano andati a sangue di Biale. Il maggiore aveva detto a suo figlio additandogli il capitano, che in caso egli morisse, avesse poi a considerare costui come suo padre: e il ragazzo s'era gettato al collo del genitore con tanta effusione ed aveva detto con tanta sensitività: «Oh no, papà, non morire, non dirlo nemmanco!» che il signor Carlo n'era stato commosso ed avea preso ad augurare assai bene del carattere e del cuore di Gustavo.
«I presentimenti di Pannini ebbero sfortunatamente ragione nella corta e disastrosa campagna del quarantanove. A Novara, in sul primo avanzarsi verso il nemico del suo battaglione, il maggiore cadeva colpito in pieno petto da una palla tirolese. Raccolto sanguinoso egli non fece che chiamare con tutta istanza presso di sè il capitano Biale. Venuto costui, il ferito gli disse a stento colla voce che gli mancava, mentre ad ogni parola il sangue gli sgorgava a ondate dalla bocca.