—Dunque mi diressi a quel garzone e domandai se il padrone non c'era. A queste parole suo zio trasse fuori la testa da quella sua baracca di bussola dove ci ha lo scrittoio e mi domandò: «che cosa c'è? che cosa si vuole?» Io trassi di tasca la lettera ch'ella mi aveva data e risposi: «Questo per lei.» Suo zio si alzò, uscì fuori dal suo nascondiglio e venne avvicinandosi a me: «Una lettera, disse, chi la manda?» Gli risposi che era lei. Il vecchio che già aveva tesa la mano verso di me per prenderla, fece tal quale come se invece d'un pezzo di carta avesse visto ch'io gli porgeva una vipera; trasse indietro la mano e sè stesso, ed esclamò: «Mio nipote! Non voglio nulla da lui, nè lettera, nè altro. Andate al diavolo voi e chi vi manda.»
—Ah! fece Antonio con un sospiro di dolore.
—Ha detto proprio così: continuava Giacomo. Io, com'ella capisce, rimasi lì in asso, colla mia lettera in mano, che non sapevo più che cosa dire nè che fare. Suo zio si pose a passeggiare su e giù della bottega colle mani dietro le reni, borbottando fra sè delle parole che non capivo e facendo ballare il fiocco della sua berretta con iscosse di capo che mi sembrava volessero dire che era molto in collera. «Che cosa fate ancora costì? mi disse dopo un poco, più burbero che mai; non avete udito che non voglio ricever lettera di sorta di quel signore?… E ditegli ben chiaro che si risparmi la pena di scrivermene, chè di lui e delle cose sue in nessun modo non voglio più sentire a parlare.» Ripetè queste ultime parole, staccando una sillaba dall'altra e con forza: «Non vo-glio più sen-ti-re a par-la-re! Avete capito?» Avevo capito benissimo. Rimisi in tasca la lettera e me ne uscii.
—Oh diavolo! sclamò Antonio col più doloroso disappunto.
—Eh! io l'aveva previsto che sarebbe andata così: disse la Rosina tornata in tutto il suo malumore di poc'anzi.
—E questa lettera me l'avete dunque riportata? domandò Vanardi che cominciava a rimpiangere i bocconi ed il vino che ingollava con tanta voglia quello stupido di Giacomo.
—Un momento, rispose questi: mi lasci dire, chè non ho finito.
—Dunque avanti, corpo di bacco! esclamò Antonio con impazienza.
—Ecco! Avevo fatto appena una cinquantina di passi, quando sento a gridare di dietro: «Ehi, ehi, quel giovane.» Pensando che si potesse parlare a me mi volto, e vedo il garzone che correndo mi raggiunse in breve e mi disse: «Venite, il padrone vuol ancora parlarvi.» Tornammo insieme nel fondaco. «Sapete voi che cosa mi scriva quel birbante?» (ha detto proprio così) mi domandò suo zio con voce di collera. Io risposi che non sapevo di niente. «Date qui quella lettera!» soggiunse ancora più burbero e sdegnoso. Io glie la diedi: la prese, la girò e rigirò fra le mani, la spiegazzò quasi con rabbia e poi la gettò senza aprirla sopra il banco. «Che cosa fate?» mi domandò ruvidamente, vedendo ch'io non muoveva. «Aspetto la risposta,» gli dissi. «Eh! non c'è risposta da fare, mi disse di mala grazia; andate pure pei fatti vostri.» Ero già colla mano sul saliscendi per aprir l'uscio, quando egli, che pareva cambiare ad ogni momento d'idee, mi comandò brusco brusco: «Aspettate.» Prese la lettera, entrò in quel suo gabbiotto, e ci stette forse un dieci minuti e più, non dando altro segno della sua presenza che di soffiarsi rumorosamente il naso due o tre volte. Poi venne fuori ed aveva una faccia tutto diversa…
—Era commosso? domandò vivamente Antonio che ascoltava questo racconto con interesse infinito.