«L'omaccione della voce grossa e rauca si pose supino sul suo stramazzo, colle mani intrecciate sorreggendosi di dietro la testa, e disse ridendo sguaiatamente.
«— Vediamo un po' i tuoi miracoli, Graffigna.
«Quest'ultimo tornò a sdraiarsi, poscia strisciando come una serpe sul pavimento ed allungandosi in modo straordinario delle membra, mi sparò in uno stinco a tutta forza un calcio col suo piede armato d'un pesante zoccolo di legno, munito di chiodi di ferro.
«Il dolore che ne provai fu più forte d'ogni altro sentimento, più forte del mio orgoglio e della mia volontà. Diedi un grido, le gambe mi mancarono sotto, e caddi per terra là dove mi trovavo. Credetti per sicuro avere lo stinco spezzato. Le lagrime mi vennero agli occhi e non potei avere più tanta forza in quel momento da ricacciarle indietro o da nasconderle.
«L'omaccione sghignazzava a gola spalancata, come della più piacevole facezia che avesse visto mai; l'acuto mio grido aveva svegliato qualche dormente, il quale brontolava del sonno interrotto e mi mandava ai cento mila diavoli: Graffigna esclamava in tono trionfante colla sua voce in falsetto.
«— Ve', se l'ho saputo toccar nel debole!
«Quello scellerato, trascinandosi sempre per terra a guisa di rettile, mi si venne accostando. Sentivo una paura ed un abborrimento da non dire. Avrei dato non so che cosa per potermene allontanare. Provai ad alzarmi, e il dolore non me lo consentì.
«— Là là: diss'egli: non muoverti, non agitarti, sta buono, bell'amorino da galera. Questo non è altro che un piccolo ammonimento, che quando Graffigna ci parla bisogna rispondere. L'hai capito eh?
«Mi pose una mano sull'avambraccio; e quel contatto mi fece fremere.
«— Non toccatemi...... lasciatemi stare: gridai con vero terrore tirandomi in là più che potessi.