«Parecchi giorni rimasi senza cognizione; quando risensai mi sentivo una gran fiacchezza addosso, precisamente come allorchè incominciò la guarigione da quell'altra uguale malattia che sostenni qui dopo che tu mi avesti raccolto e dato ricetto. Ero in un lungo camerone a pareti tutte bianche; due file di letti nella direzione della lunghezza si schieravano in faccia l'una all'altra. Tutti questi letti erano similissimi, incortinati intorno d'una stoffa di cotone a righe bianche e bleu, con una coperta uguale: a capoletto di ciascuno di essi era appesa una lastra con suvvi la polizza che diceva il numero del letto, l'età, le condizioni, la malattia di chi vi giaceva. Non avvezzo sino allora che allo strame del soppalco di Menico ed al pagliericcio del carcere, io trovava quel materasso su cui ero allora disteso il più soffice del mondo; quella di sentirmi posare sulle membra un lenzuolo pulito mi pareva la dolcezza maggiore che avessi provato mai.
«Mentre stavo così meco assorto a gustare quel soddisfacimento tutto materiale, e non avevo pensiero fatto, ecco dal letto che m'era più vicino alla mia destra uscire un gemito dolorosissimo fatto per istraziare il cuore anche al più insensibile uomo del mondo.
«— Oimè! Oimè! Diceva una voce d'uomo faticosamente: oh quanto soffro!
«Volevo rivolgermi a guardare questo infelice che si lamentava, e la debolezza non mi consentiva moto nessuno. Il respiro affannoso del soffrente, interrotto tratto tratto da un'esclamazione di profondo dolore, da un lagno di spasimo incomportabile, mi faceva una pena da non potersi dire.
«— Da bere! Si mise poscia a domandare con quel po' di voce che gli rimaneva, onde appena era se poteva farsi udire fino da me: da bere!... un po' d'acqua, una goccia d'acqua per carità.
«Nessuno degl'inservienti poteva udirlo: io guardava intorno e non vedevo anima viva che fosse in caso da accorrere; le due lunghe file di letti soltanto, dai quali od uscivano gemiti o un silenzio di tomba. Facendo uno sforzo con tutto quel pochissimo vigore che mi restava, giunsi a volgere il capo verso quel povero tormentato, e lo vidi. Era un uomo sul mezzo della vita, con una folta ispida barba sul volto cresciutagli durante la malattia, le guancie incavate, giallo di colore, i pomelli sporgenti, le occhiaie infossate e al fondo le pupille accese d'un luciore di febbre.
«— Da bere, da bere: seguitava a dire il misero colla manchevol voce, ma con una specie d'irritazione nell'accento: da bere, un po' d'acqua per amor di Dio!... E non ci sarà un cane che mi dia una goccia... e mi lascieranno crepare senza pur darmi una stilla d'acqua!...
«Come avrei voluto potere saltar giù e andargliene a ministrare! Ma mi sentivo inchiodato nel letto del pari e forse più ancora che quegli non fosse; e ad un tratto mi assalì il pensiero che se ancor io avessi avuto quel tormento della sete non avrei potuto levarmelo, e nessuno sarebbe venuto neppure in mio soccorso. Bastò questo pensiero perchè tosto mi paresse davvero già esserne assalito ancor io. Volli chiamare e mi mancò la voce: mi parve che un'altra voce mi pronunziasse entro la testa: «— qui ci lascieranno crepare senza darci neanche una stilla d'acqua.»
«Intanto guardavo sempre quell'uomo, ed egli guardava me. Quegli occhi lucenti cupamente in mezzo a quel viso giallo di cadavere mi facevano paura: e non potevo distogliere da essi i miei quasi affascinati.
«Egli si lamentava sempre. Ad un punto cessò di fissar me per volgere il suo sguardo al tavolino verso il tazzone di terra in cui c'era la pozione da bersi. L'intensità del desiderio che c'era in quello sguardo, l'agonìa di arrivare a quella bibita, il tormento di non poterlo, erano indescrivibili. Vidi agitarsi lievemente la coltre sopra il petto di quell'infelice, e poi una mano scarna uscirne fuori a rilento, protendersi verso quell'agognata tazza, allungarsi, allungarsi, mentre quello sguardo brillava sempre più e più di desiderio. Già la mano era per arrivarvi; il corpo s'era stentatamente voltato ancor esso ad assecondare quel movimento; io seguiva con infinito interesse quell'atto, parevami che a vedere quel dolorante afferrare la tazza e potersi saziare la sete, ne avrei provato grandissimo sollievo ancor io... Ma quando già era per toccare la sospirata meta, quella povera mano di botto ricadde; un sospiro o meglio un gemito sfuggì da quel petto affranto; il capo del giacente rimase più abbandonato sul guanciale, gli occhi si chiusero ed un'immobilità di morte gli tenne tutte le membra. Lo credetti estinto. Quella faccia cadaverica esprimeva nella contrazione de' suoi lineamenti una rabbia profonda: la mano giaceva sulla sponda del letto, pendente all'infuori; era una rozza mano di un rozzo uomo della plebe; ma ora la pelle villosa e bruna si piegava sulle ossa rugosamente, in modo che ogni falange, ogni tendine, ogni vena ne spiccava al di sotto con brusco risalto. Pensai che quella mano un tempo era di certo forte da sollevare ogni peso, ed ora non poteva nemmanco prendere una tazza d'acqua; così era quel povero uomo ridotto dalla malattia!