«Io fui lì per ismentire tutta la storiella inventata da Gian-Luigi, dicendo la verità; ma me ne trattenni a tempo, e risposi, esser quello un amico di quel mio zio che mi aveva allevato, avermi visto bambino e perciò postomi un certo affetto paterno; però siccome a mentire non avevo l'abitudine e forte mi ripugnava, come anche oggidì mi ripugna, divenni rosso sino alla radice dei capelli e non potei pronunciare quelle parole che balbettando impacciatamente.

«Nariccia mi guardò ben fiso coll'uno e poi coll'altro di que' suoi occhi birci, e poi disse colla sua voce più acuta:

«In somma, non vi è nulla di nulla, e non saprei perchè avesse da venire a ficcare il naso in casa mia.

«Per fortuna Don Venanzio, tra che le sue gite a Torino si facevan sempre più rade per gli anni crescenti, tra perchè l'istintivo suo sentimento di profonda onestà lo respingeva dal cercare la presenza di messer Nariccia, più non venne a vedermi in tutto quel tempo che rimasi ancora nella casa di quest'ultimo.

«Io intanto ero in possesso della mia grammatica francese, e la studiavo con ardore. Il tempo che mi rimaneva per ciò era poco in verità, perchè appena alzato, e m'alzavo sempre prima che fosse giorno, mi toccava andar nello studiolo a lavorar pel padrone, in quella fredda, triste atmosfera, al melanconico chiaror d'una lampada mezzo moribonda; e colà seduto a quel tavolino stavo la giornata intiera con pochissimo riposo per l'ora dei pasti soverchiamente parchi e troppo scarsamente misurati. Ma quel libro portavo meco sempre, e quando Nariccia non era là, affrettatomi più che potevo a finire il lavoro affidatomi, studiavo la mia grammatica con tanta intensità di volere che il tempo pei risultamenti poteva contarci pel doppio. Ma ciò non mi bastava ancora. Volevo leggere eziandio i volumi del Cantù, volevo giungere il più presto possibile a poter divorare quegli altri che tanto mi facevan gola. Non c'era altro mezzo fuor quello di rubar delle ore al mio sonno e trar profitto della notte, in cui almeno ero libero dello sguardo inquisitore di Nariccia e di Dorotea. Ma qui c'era un altro guaio: bisognava procacciarsi del lume, e come giungere a tanto?

«Per andare a coricarmi non mi si dava mai altro che un piccolo moccolino di candela e guai ancora se il mattino seguente Dorotea avesse trovato che il consumo n'era stato soverchio! Pensai di raccomandarmi alla fante e di ottenere da lei un tanto favore; ma sempre quando fui sul punto di aprirmene con esso lei, il coraggio mi venne meno, e poscia la prudenza medesima me ne trattenne. Dorotea avrebbe voluto sapere che cosa ne avrei fatto, non l'avrebbe taciuto al padrone a cui le toccava pure di rendere strettissimo conto di tutto. Che scusa avrei allegato? Il mio segreto sarebbe stato scoperto e toltomi in conseguenza quell'unico sollievo che avessi. Denari da comprarmi ciò che mi occorreva non possedevo a niun modo. Un giorno, entrato per qualche bisogna nella cucina, vidi la serva, che giustamente approntava i lumi per la sera, aprire un certo cassettino riposto in un armadio ordinariamente chiuso a chiave e in tal momento aperto, e da quel cassettino trar fuori una candela. Gettai là dentro uno sguardo, dirò così di ardente cupidigia; quel cassettino era quasi pieno di candele. La vista di tutti i tesori del mondo non avrebbe esercitato una sì irresistibile tentazione sull'animo mio quale mi destò la vista di quei bastoncini di sego. Sentii come una fiamma invadermi tutto; delle stille di sudore mi spuntarono sulla fronte. La sorte voleva proprio farmi sostenere per intiero e in tutta la sua forza la prova tentatrice. La voce di Nariccia chiamò in quel punto Dorotea, e con quella insistenza e con quell'accento che esigevano di prontamente obbedire.

«La serva se ne partì lasciando aperto l'armadio, lasciando aperto il cassetto e me innanzi a quelle candele, per prender le quali non avevo che da allungare la mano. Ciò che provai in un attimo allora, mi occorrerebbe non so quanto tempo a spiegartelo, tanti e sì diversi e sì complessi sentimenti contenne un solo minuto secondo. Per prima cosa mi precipitai sulla cassetta per afferrare una di quelle desiate candele, e tosto poi mi rigettai indietro vivamente, come se respinto con forza da una invisibil mano. Una voce mi aveva gridato nell'anima: «Disgraziato! questo è rubare!» Volli fuggire quel luogo, e non potei. Si fecero riudire le pianelle trascinanti di Dorotea che ritornava; l'occasione — se io tardava ancora un minuto — era persa, e chi sa se sarebbe tornata più! Mi trovai di nuovo presso presso alla cassetta senza pure essermi accorto d'avere fatto il passo, e la mia mano abbrancò una candela. Il passo di Dorotea era lì, proprio sulla soglia dell'uscio. Nascosi la candela sotto a' miei panni e corsi via senza dir parola, senz'alzar lo sguardo; corsi a riparare nella mia stanza, dove nascosi in fretta entro il pagliericcio il conquistato oggetto del mio desiderio.

«Ma appena ebbi ciò fatto, io fui assalito da paura, da rimorso, da vergogna de' fatti miei. Se Dorotea se ne fosse accorta! E come non accorgersene? La mia stessa fuga non mi accusava ella? Cielo! Quello che io aveva commesso era un latrocinio. Ero dunque degno compagno di que' tali con cui avevo divisa la carcere? Le parole di Graffigna mi tornarono alla mente. Egli aveva dunque avuto ragione nell'affermarmi predestinato al delitto, nell'assicurarmi che sarei caduto necessariamente in esso? Mi venne in pensiero di andarmi ad accusar tosto io stesso da Dorotea e restituire senza ritardo il mal tolto oggetto.

«Nariccia mi chiamò in quella per nome, ed io allibii; tremai tutto; prima un brivido mi assalse, poi una vampa di calore; mi credetti scoperto. Ripetendosi la chiamata, andai con passo vacillante dov'era il padrone, certo d'udire la mia condanna. Nulla era scoperto, Nariccia non mi chiamava che per darmi nuovo lavoro.

«La notte seguente, quando tutto fu quieto, saltai giù del mio giaciglio, accesi la candela e quasi tutte quelle silenziose ore impiegai nello studio e nella lettura. Ma la candela non istette gran tempo ad essere consumata, e oramai che il primo passo era fatto, oramai che il bisogno di quelle nottate era divenuto ancora più imperioso in me, gli scrupoli cedevano affatto innanzi al mio desiderio, che come tutte le passioni, ricorreva al sofisma per legittimare il suo soddisfacimento.