«Questo titolo mi ricordò quel libro che primo aveva dischiuso la mia mente a più vasti e profondi pensieri e fattomi concepire l'idea dell'umanità come un complesso armonico e solidario svolgentesi nella storia traverso i secoli; il discorso del Bossuet, che Don Venanzio m'aveva dato da leggere tradotto, e senz'altro indugio cominciai la lettura del primo volume a quella fioca luce che in quell'ora mattutina pioveva stentatamente dall'alto finestruolo della mia stanza.

«Non potei continuare a lungo questa lettura che messer Nariccia venne a disturbarmene. Ero in ritardo a recarmi allo studiòlo, ed egli se ne veniva a vedere che cosa mi fosse capitato. Per fortuna io ne udii il passo nell'andito che conduceva alla mia stanza, e m'affrettai a gettare il libro e saltar fuori, così ch'egli non potè cogliermi intento alla lettura. Temevo che se ciò fosse avvenuto, Nariccia mi avrebbe proibito di toccare quei libri, e forse toltili dalla mia stanza; ed io pensava e sperava che avrei avuto in quelle casse un bel tesoro di ore di sollievo e di diletto da godere.

«Lasciai tutto in disordine per uscir presto: la cassa scoperchiata, i libri sparsi sul pavimento, pagliericcio, lenzuola e coperte gettate a casaccio; ma ero certo che Dorotea non ficcava mai il piede nella mia camera per ripulire, riordinare od altro, e se non era impossibile che ci andasse Nariccia, il quale soleva spesso visitare ogni parte della casa scrupolosamente, pure speravo di poter tornare a rimettere ogni cosa in sesto prima ch'egli ci venisse.

«— Che cos'è ciò? Mi domandò severamente messer Nariccia guardandomi con l'occhio destro incollerito, mentre il sinistro fulminava l'oscurità del corridoio in cui ci trovavamo. Cominciate già a fare il negligente? Questo non mi piace e non lo tollero. Siete in ritardo stamattina quasi di mezz'ora.

«Non tentai neppure di scusarmi, come non facevo mai, e perchè non è nella mia indole il raumiliarmi ne il difendermi innanzi ai rimbrotti, e perchè Nariccia — come ben presto ebbi scoperto — sotto la sua falsa arrendevolezza, affettatamente dolcereccia, è uomo a volere assoluto e di carattere imperioso che non ammette contrasti ai suoi desiderii, nè osservazioni alle sue parole.

«Lo seguii nello studiòlo, e lavorai tutto il giorno, come se di nulla fosse; ma la mia mente era sempre e tutta là, in mezzo a que' libri. Appena potei, corsi nella mia stanza e riposi i volumi entro la cassa e vi rifeci su il letto, lasciando però fuori, nascosto sotto le lenzuola, quel primo volume del Cantù che avevo già incominciato.

«Ma un gran desìo mi pungeva: quello di poter leggere in que' libri francesi che erano lettera chiusa per me. Mi pareva che avrei dato non so che cosa per poter possedere un libro di grammatica francese da imparar quella lingua.

«Come fare a comprarmela? Nariccia non mi aveva ancora dato neppure un soldo dello stipendio promessomi; inoltre io non usciva quasi mai: prima perchè il mio padrone non me lo consentiva che raramente alla festa soltanto per andare alle funzioni di chiesa, e poi perchè, vestito sempre degli abiti frusti di messer Nariccia, facevo la più ridicola e brutta figura di questo mondo, e tutti i biricchini delle strade, vedendomi, mi correvan dietro facendomi le beffe.

«A levarmi d'impiccio venne giusto in quel torno di tempo il mio buon Don Venanzio. Lui pregai di provvedermi di quel libro onde avevo desiderio, ed a lui dissi averne anche bisogno per ragione del mio impiego, e quell'eccellente sacerdote, senza pure la menoma obbiezione, s'acconciò a fare la mia volontà. Al parroco, la faccia e i modi del mio nuovo padrone, benchè questi torcesse il collo e invocasse Dio e i Santi più che mai, non erano andati molto a sangue, e da parte sua messer Nariccia se aveva in sua presenza fatto mille esagerate dimostrazioni di riverenza a Don Venanzio, costui partito mi aveva detto bruscamente:

«— Chi è quel prete? In che modo vi appartiene? Che cosa è di voi?