«Figurati una camera più lunga che larga, illuminata da una sola finestra, la quale, munita d'una grossa inferriata, poi d'una fitta graticola di ferro lasciava passare a stento la luce traverso i vetri sporchi tanto da esser ridotti poco meno che opachi. Pareva che quella benedetta luce si avesse in odio nella casa di messer Nariccia e le si misurasse a stento il passaggio e si premunisse contro di lei l'accesso come contro un nemico. Verso la finestra in questo freddo studiòlo senza camino, nè stufa, eravi una scrivania con sopravi una piccola scancia divisa in caselle da riporvi delle carte. La scrivania era del tutto adattata al resto della casa; vecchia, sverniciata, polverosa, il panno verde tirato sul piano dove scrivere frusto con larghe macchie d'olio e d'inchiostro, scollato da una parte, ed a chiamarlo verde ancora era un adularlo, tanto n'era misto di mille tinte sporche il colore. In faccia, presso l'altra parete, un semplice tavolino. Verso la parte più scura un cancello di sbarre di ferro con una fitta grata separava dal resto un angolo della stanza: in questo cancello s'aprivano un usciòlo per entrarvi ed uno sportello come quello che si trova presso i cambiamonete, per cui dare e ricevere il denaro, sportello che si chiudeva con una specie di cateratta che scorreva fra due scanalature da sottinsù e viceversa. Perchè non si vedesse entro questo cancello per i fori della grata, dietro di questa era tirata tutt'intorno una cortina di tela verde. Nessuno penetrava mai in quel sacrario, ma quando lo sportello ora aperto, chi vi gettasse dentro un'occhiata poteva sorgere nell'angolo una voluminosa e pesante cassa-forte di ferro, irta di grosse capocchie di chiodi piantati nelle lastre.

«Dietro la scrivania era un seggiolone frusto, di cuoio spellato, a spalliera altissima; sopra questa spalliera pendeva appeso al muro un almanacco, e lì vicino appiccata alla parete per quattro bullette una tavola di riduzione delle antiche misure, pesi e monete del Piemonte in monete, pesi e misure decimali. In prospetto a quel seggiolone e quindi al disopra del tavolino stava attaccato per un chiodo al muro un'incisione grossolana, grossolanamente colorita della Santa Vergine, inquadrata in una cornice di legno inverniciato a color naturale. Nel mezzo della stanza un braciere di ferro a tre piedi conteneva molta cenere ed un poco di carboncina mezzo spenta.

«Nariccia mi menò innanzi al tavolino sotto il quadro della Vergine e mi disse:

«— Questo è il luogo in cui lavorerete, in cui lavoreremo insieme, poichè io starò là (e mi additava la scrivania); e coll'aiuto del Signore e della Madonna della Consolata, spero che sarà benedetto il nostro lavoro.

«In quella fredda, oscura stanza, seduto a quel tavolino, passai poco meno di un anno, quasi incatenato, scrivendo lettere, facendo conti, compilando discorsi per conto del mio padrone, del quale non tardai molto a conoscere ed a prendere in disprezzo profondo l'industria scellerata. Quell'uomo, sotto la sua volgare ipocrisia religiosa, non ha altro sentimento, altro affetto, altra guida alle sue azioni che l'amor del guadagno, che la smania di far denaro. Colla sua impostura cerca di gettar polvere negli occhi alla gente, colla sua prudenza s'industria di fare il peggio male possibile che gli frutti, senza dar di cozzo nel Codice penale. Nello scrivere molte delle sue lettere, delle sue memorie, di cui egli mi dava una traccia confusa perchè le mettessi in netto, essendo che nè lingua, nè grammatica, nè sintassi egli non sapeva affatto che si fossero; nello scrivere certe di quelle infamie, la mia mano fremeva con ripugnanza e l'onestà che era in me si ribellava con disdegno. Più volte fui lì lì per andar a gettar in volto all'ipocrita quelle carte che conchiudevano la rovina di un onest'uomo, che stavano per recar la disperazione in una povera famiglia; ma me ne trattenevano la soggezione che quell'uomo mi aveva saputo ispirare, il non saper di poi come avrei potuto guadagnarmi un tozzo di pane quando egli mi avesse scacciato, e poi ancora un allettamento potente che avevo trovato in quella dimora.....

— Ah ah! Interruppe Giovanni Selva, sorridendo, una sottana ci scommetto.

Maurilio arrossò sino sulla fronte e rispose vivamente:

«— No. Di donne colà non c'erano altre che la vecchia Dorotea. Io poi non aveva che diciasette anni, e ti assicuro che mai ancora il mio pensiero si era a quest'argomento rivolto. Per una stranezza della mia natura, in me s'era desto prima lo spirito che il cuore, e mentre quello s'affannava precocemente in quelle peste ch'io t'ho detto, questo ancora taceva per l'affatto. Era appunto un vivo allettamento pel mio spirito quello di cui ti voglio parlare, ed era il seguente.

«Ti ho detto che per giaciglio avevo un pagliericcio gettato sopra certe grandi casse in quello scuro stanzino che mi era stato assegnato. Un giorno, rifacendomi il letto, mi venne la curiosità di sapere che cosa fossevi colà dentro. Il coperchio inchiodato tutt'intorno, si sollevava un po' da una parte, dove mancava uno dei chiodi. Tirai con tutte le mie forze insù per allargare quell'apertura, e ci riuscii tanto da poterci ficcare la mano. Rimasi tutto sorpreso di quel che ci rinvenni, ch'io difatti non avrei mai immaginato di trovarci. Erano libri. Il primo volume ch'io ne trassi era un volume dell'Enciclopedia francese del secolo scorso. Figurati il mio disappunto! A sentire sotto la mia mano un libro, io che da tanto tempo non avevo più potuto averne neppur uno, il mio cuore aveva palpitato come all'incontro d'un amico da troppo lungo non più visto; l'avevo preso con una desiosa sollecitudine, quasi tremando, e i miei occhi s'erano spuntati, per così dire, contro pagine scritte in una lingua che ben conoscevo essere la francese, ma non sapevo leggere nè capire.

«Fui preso da una specie di furore che mi diede la forza di strappar via tutto quel coperchio, e mi posi a frugare in quella cassa con una ardenza quasi febbrile. Erano quasi tutti francesi i libri che vi si contenevano. Libri di storia, di economia politica, di filosofia. Una sola opera trovai in italiano e su quella mi gettai sto per dire rabbiosamente. Erano i primi volumi, usciti non era guari, della prima edizione della Storia Universale di Cesare Cantù.