Gian-Luigi si alzò, strinse la mano a Zoe, e scambiato un lieve saluto del capo col conte, uscì dalla loggia. Quando fu nel corridoio, trasse di tasca un taccuino, ne strappò un foglietto e col toccalapis vi scrisse le seguenti parole, in francese ancor esse:

«Non venite domani al convegno, non ci sarò. Se avete vergogna o fastidio di me, non io son quello che voglia impormi o farvi arrossire. Tenetevi la vostra boria e rinunciate all'amore. Io mi sento uguale a qualunque dei più superbi fra i vostri visitatori, e mi sento degno di voi. Se non lo credete non avrò la debolezza di volervene persuadere, e mi allontanerò per sempre.»

Ripiegò questo pezzetto di carta e lo pose nel taschino del panciotto. Poi discese rapidamente le scale, prese il suo pastrano al guardarobe, uscì di teatro e corse sollecito sino alla bottega del confettiere Bass. Vi comprò un'elegante scatola da dolci, e mentre la si riempiva, col pretesto di assaggiarne uno, fece cascare molto destramente in fondo ad essa la cartolina ripiegata che aveva presa fra le dita. Pagò senza ribatter parola le trenta lire che il confettiere gli domandò per prezzo, e presa la scatola tornò a corsa in teatro.

Pochi minuti dopo entrava nel palchetto di second'ordine, dove tutte due le panche erano occupate dai visitatori che si stringevano intorno alla contessa di Staffarda.

All'entrare del giovane che nella società elegante era conosciuto sotto il nome di dottor Quercia, nessuno di quanti si trovavano in quel palchetto fece il menomo cenno di saluto, e sogguardato appena chi fosse, non prestarono meglio attenzione a lui di quel che facevano al domestico quando veniva a porgere il cannocchiale incrostato di madreperla alla padrona.

Gian-Luigi non fu niente del tutto impacciato per questa accoglienza. Guardò bene l'un dopo l'altro in volto i presenti, fra cui notò non senza soddisfazione che c'erano eziandio il marchesino di Baldissero e il conte San Luca, quindi insinuandosi fra le gambe dei seduti tanto da poter porgere la mano a Candida, disse ad alta voce con accento rispettoso ma sicuro e con qualche tinta di amichevole domestichezza:

— Contessa, la saluto.

Candida fin dal primo momento che aveva visto Luigi entrare in teatro andava domandandosi s'egli si presenterebbe nella sua loggia. Il desiderio di pur vederla poteva averlo spinto a venire e il timore di scontentarla avrebbe potuto tenerlo dal recarsi a farle visita. Glie ne sarebbe stata riconoscente se così avesse fatto. Ma quando poi s'accorse che il dottore era andato nel palco della Leggera, ella si disse con irritazione concentrata che di certo egli non avrebbe più avuto l'audacia di introdursi nel palchetto di lei, che se mai avesse tanta temerità, non si potrebbe a meno che accoglierlo come un impudente importuno a cui si fa capire quello non esser luogo per lui.

Col meraviglioso istinto di donna innamorata, ella aveva tosto sentito all'aprirsi dell'uscio che chi entrava era egli; e una fiamma le era salita al volto, per dissimulare la quale la povera donna non aveva trovato di meglio che mettersi rapidamente il cannocchiale agli occhi e guardare con tutta attenzione un punto qualunque in platea, dove la non ci vedea nulla. Ella pensava intanto ad un tratto: non rispondere al saluto del giovane, mostrare di non accorgersi della sua presenza, oppure dirgli alcuna di quelle parole con uno di quei certi toni che servono a dare formale congedo al più audace uomo di questo mondo. Il suo cuore le palpitava penosamente e le tempia le battevano con frequenza tormentosa.

Luigi era lì, ad un passo dal suo cuor palpitante, chinato verso di lei; la voce di lui le aveva suonato all'orecchio, le stava dinanzi il guanto paglierino della mano ch'egli le aveva porto; ed ella non sapeva ancora, o meglio non sapeva più che cosa avesse da fare. Meccanicamente abbassò il cannocchiale dagli occhi, volse un quarto della faccia verso Gian-Luigi e senza punto guardarlo rispose con un'altezzosa freddezza: