Un vecchio organetto scordato, posto sopra un cavalletto di legno zoppo, accompagnava colle sue disarmoniche armonie irritanti gli esercizi di forza e di destrezza che le due bambine venivano facendo sopra il logoro tappeto steso sul suolo a mezzo il circolo degli spettatori. Quest'organetto laceratore di ogni orecchio, anche del più mal costrutto, era suonato da un giovinotto magro magro, le cui guancie infossate erano coperte da un centimetro di belletto e che vestiva da pagliaccio. Il poverino con una fame da sedicenne non mai saziata, fatta azzittire mercè i mali trattamenti del principale, aveva l'incarico di tener allegri gli spettatori mediante certe facezie che aveva imparato a memoria a suon di bastonate e mediante le smorfie che doveva fare quando il capo gli tirava le orecchie o gli assestava un calcio nel sedere in presenza del rispettabile pubblico rappresentato da una frotta di facchini e di furfantelli, e dell'inclita guarnigione presente per mezzo di qualche sfaccendato coscritto. Queste tirate d'orecchio e questi calci dovevano essere figurativi, e il buon pubblico, che li prendeva per tali, si sganasciava allegramente alle boccaccie spiritate che faceva il meschinello di pagliaccio, ricevendoli; ma in realtà avveniva che troppo spesso erano di maledetto senno, sì che il giovinetto tutto indolenzito ne portava i contrassegni per un pezzo, senza che ciò andasse pure in diminuzione di quella provvista di cazzotti e di picchiature che il bravo principale aveva per abitudine di distribuirgli a domicilio.
Accanto allo strimpellante organetto, una donna di corporatura enorme, con lineamenti da uomo e colorito permanente da ubriaco sulle guancie paffute, con certe braccia da parer coscie di un alcide, batteva a contrattempo dei colpi tremendi sopra una gran cassa sostenuta ancor essa da un cavalletto di legno. Era essa vestita eziandio colla sottana corta di color rosso e giallo, tempestata di lustrini, e mostrava certe gambe che a paragonarle a quelle dell'elefante era far torto a queste ultime.
Il saltimbanco si accostò a questa donnaccia, ed accennando la piccola Martuccia, le disse sottovoce:
— Eh? mi pare che quel bocconcino lì sia l'affar nostro.
La donna fece rotare i suoi occhi senza luce verso la piccina, e rispose con un cenno affermativo. Martuccia sentì su di sè lo sguardo di quell'uomo e di quella donna, e benchè ne provasse una specie di malessere, non ebbe tuttavia la risoluzione e neppure l'idea di allontanarsi da quel luogo.
Gli esercizi erano finiti, il cerchio degli spettatori erasi dileguato, e Martuccia era ancora lì con occhi spalancati a fissare quelle due bambine, alle quali la femmina enorme aveva distribuito un pezzo di pane ed un pomo per ciascuna, e che se lo mangiavano avidamente, accoccolate sopra il tappeto ripiegato e portato presso l'organetto. Il pagliaccio, forse in punizione di qualche commesso malestro, non aveva ricevuto nè pomo nè pane, e sedutosi per terra dall'altra parte dell'organo, stava colle gomita appoggiate alle ginocchia e la faccia nascosta fra le mani.
Lo sguardo che Martuccia fissava sul pane e sul pomo delle due piccole saltatrici, era tutta una rivelazione. La donnaccia pensò subito trarne profitto. Si accostò alla piccina con in mano un pomo e sulle labbra un sorriso che voleva esser grazioso e riusciva ad orribile.
— Bella piccolina: diss'ella alla bimba. To', vorresti tu questo bel pomo?
Il primo movimento della piccina fu di paura. Si trasse in là vivamente e guardò esterrefatta quella faccia grossa di color pavonazzo, da cui usciva fuori una voce inqualificabile nella gamma delle voci umane.
Ma quel pomo che la megera faceva girare fra il suo pollice e l'indice grossi come bacchette da tamburo, innanzi agli occhi di lei, esercitava pure un fascino potente sulle viscere digiune di quella meschina. Stese ratto la mano ed afferrò il pomo: ma la donna non lo lasciò mica andare; preso invece nella sua la manuccia della bambina e tirandola verso l'organetto dove sedevano le altre bambine, le disse il più melatamente che seppe: