— Non facciamone più. I padrini del conte di San-Luca sono Ella e?....

— Il marchesino di Baldissero.

— Va benissimo. Li metterò tosto in rapporto coi miei...... To' per farla più presto, potranno trovarsi tutti quanti dopo lo spettacolo in casa la Leggera. In due parole tutto sarà combinato per domattina e a noi medesimi comunicati i presi accordi. Sta bene così?

— Sta bene: rispose il conte.

Si salutarono gravemente e si separarono, questo ultimo per salire nel palchetto di sua moglie, il medichino per entrare in platea. Qui, trovati due ufficiali suoi conoscenti, li informò di tutto, ottenne che gli servissero da secondi, diede loro per mandato di scegliere la pistola, poichè a lui come a sfidato si apparteneva la scelta dell'arma, e finito il teatro li condusse con sè nella suntuosa abitazione della Leggera, che faceva risplendere alla luce di centinaia di lumi la sfarzosa farragine dei suoi arredi di prezzo e dei suoi mobili di lusso.

CAPITOLO XXV.

Anche la Leggera era una povera creatura appartenente alla classe dei derelitti. Ella aveva bensì avuta la buona sorte di nascere da legittime nozze, nell'infima plebe, dove si stenta il pane ed è più travagliata la vita. Le memorie che le ne erano rimaste di quella sua prima infanzia erano debolissime, offuscate e cancellate dalle tante e sì strane vicende che le erano intravvenute di poi. Solamente si ricordava di aver avuto freddo l'inverno, caldo la state in una soffittaccia vuota di masserizie, fame tutto l'anno, e troppo sovente l'accompagnatura di battiture senza ragione.

Un bel giorno ella si ricordava essersi ferma sur una piazza a mirare una schiera di saltimbanchi che faceva degli esercizi i quali a lei parevano i più meravigliosi del mondo. C'erano due ragazze, presso a poco della sua età, che con un sorriso fisso sulle labbra sottili contorcevano le loro piccole membra in mosse le più forzate e violente. Gli occhi della piccola Martuccia — allora la non si chiamava ancora nè Zoe nè la Leggera — erano attratti come per una malìa dai lustrini che lucicchiavano nelle sottane corte e sporche di quelle sue coetanee, dai ricami dorati nei loro corpettini frusti e sgualciti che agli occhi della bambina abituati allo spettacolo della peggiore miseria parevano poco meno che una sontuosità ed una ricchezza.

Il capo di quella schiera di saltimbanchi, un uomo grande, grosso, straordinariamente membruto nelle braccia e nelle coscie, con un collo da toro ed una voce eternamente rauca, una matassa arruffata di capelli lanosi sulla grossa testa dalla fronte bassa, la faccia sempre sporca e la barba sempre da radere; il capo adocchiò questa bambina pallida, ma di avvenente aspetto e di sì ben costrutta corporatura che un ginnastico ne sarebbe stato molto soddisfatto ed un artista ammirato, la quale con tanto d'occhi stava intenta allo spettacolo offerto pubblicamente ai fannulloni della piazza. L'istruire dei bambini e sopratutto delle bambine all'arte dei salti mortali e delle contorsioni impossibili era, come si suol dire, la specialità di quell'uomo; il quale accortamente aveva notato come la vista degli esercizi di quelle povere creaturine, massime se femmine, eccitando assai meglio la compassione degli spettatori, procurasse una più abbondante raccolta di soldi.

Ora la sua compagnia infantile erasi ridotta a due soltanto; e ciò non gli bastava. Ancora, una delle due rimastegli minacciava intisichire ed andare a raggiungere quanto prima nel mondo di là le sue compagne, che il saltimbanco aveva seminato qua e colà pei varii cimiteri delle città traverso cui si era trascinata la sua nomade vita. Da qualche tempo cercava una preda, e l'aspetto della piccina strappata e macilenta, che vedemmo poc'anzi, fatta donna, in palco al teatro, che troveremo or ora nel suo splendido quartiere, l'attenzione profonda prestata da essa ai giuochi che le si venivano facendo dinanzi, gli parvero indizi quella essere fatta apposta pel suo bisogno.