Così fu fatto. La proposizione veniva a quegli sciagurati genitori in un momento appunto in cui peggio li percuoteva la miseria. Per onor loro devo dire che lottarono un poco, e la madre principalmente fu dapprima assai restia: ma il saltimbanco insistette accrescendo sino a cinquanta lire la somma che aveva offerto dapprima; gl'infelici, per cui questo era poco meno che un tesoro insperato, cedettero, e chi volesse non essere menomamente ingiusto nel condannarli, come si meritano, dovrebbe pur tener conto dei tristi e perniciosi effetti che a forza produce sull'anima umana il continuo, irrimediato tormento della miseria.
Martuccia seguì i saltimbanchi assai lieta; e da principio la sua vita le parve, paragonata a quella sino allora vissuta, un piccolo paradiso. L'avevano spogliata delle sue vestine strappate e sporche e del suo nome trovato poco adatto alle nuove sorti a cui era chiamata. Le avevano messo intorno i panni che aveva vestiti una delle sue precessore morta, nessuno si ricordava più dove, e il nome portato dall'ultima che aveva disertato la compagnia per la fossa. Questo nome era Zoe. Il bravo saltimbanco aveva un repertorio di nomi da affibbiare così alle sue allieve in luogo dei prosaici che ordinariamente esse portavano, e questi nomi faceva passare dall'una all'altra, quando la prima occupante veniva a mancargli. Pei primi giorni adunque tutto andò bene. A Zoe non si dava altro da fare che certi movimenti di braccia e di gambe per iscioglierne le membra; movimenti che non avevano nulla di faticoso e tanto meno di doloroso. Il saltimbanco usava palparla nelle spalle e nelle reni, press'a poco della guisa con cui una cuoca in mercato palpa un pollastro che vuol comprare, e diceva poscia tutto soddisfatto:
— Benissimo costrutta! La diventerà un soggetto, ma di quei fiamminghi!
Le si dava da mangiare quanto occorreva, passava la giornata sulle piazze, sollazzata dall'aspetto di tante cose e di tanta gente, dormiva benissimo la notte sopra uno strammazzo di paglia con accanto le sue due compagne; ed era tutto fiera quando, essendo andata alla colletta presso gli spettatori, tornava dal saltimbanco col piattello pieno di soldi, per cui quell'omaccione gli diceva una parola di elogio e gli faceva una carezza. La donna tentava far dolce la sua vociaccia ogni qual volta parlava colla piccola Zoe, e questa incominciava a darsi un po' d'importanza e credersi dappiù paragonando il modo con cui essa era favorita a quello onde erano trattati i suoi compagni.
Bene avrebbe potuto farla avvertita di quanto la aspettava l'esempio di ciò che accadeva a questi ultimi. Le percosse che prendevano le piccine, quelle più fiere ancora che toccavano al pagliaccio la movevano bensì a compassione dapprima, ma poi — la umana natura è così fatta! — la ci si era abituata e siccome non a lei toccavano in fin dei conti, le pareva ch'ella avrebbe dovuto esserne esente per sempre.
Le cose cambiarono, quando a capo un mese, la compagnia abbandonò Torino. Fosse timore che in questa città la piccina trovasse i suoi genitori e si lamentasse se maltrattata e da ciò potesse nascerne qualche richiamo all'autorità, qualche intromissione di quella noiosa d'una polizia, fino a che si fu nella capitale del Piemonte, la pelle di Zoe fu rispettata; ma fuori!... In breve tempo ella ebbe la sua parte cogli arretrati. L'uomo era crudele, ma la donna era feroce. In loro la natura era barbara e rozza, ma la educazione non aveva fatto nulla per migliorarli ed ingentilirli, e la loro sorte, gli esempi, l'ambiente in cui erano vissuti erano invece fatti apposta per inasprire il carattere, incrudire il cuore e svolgere i più fieri e cattivi istinti. Delle colpe, delle scelleraggini, delle infamie di quei derelitti, quanta imputabilità non è da darsi al mezzo sociale in cui vivono! Quell'uomo era nato in quella melma, s'era allevato fra gli stenti e i vizi di quei bassi fondi sociali, maltrattato, angustiato, senza conoscere, senza provare pur mai nessun effetto di istruzione, di dolci affetti, di bene morale. La donna era di pari condizione, fatta peggiore, perchè la natura femminea, come nel bene, così eccede pur anco nel male. Quindi ella si compiaceva non solo a tormentare essa stessa direttamente le povere vittime cascatele sotto le unghie, ma ad istigare ancora contro di esse la collera e la brutalità del marito.
Il peggio trattato era il povero pagliaccio. Che nome aveva egli? Chi era? Donde veniva, o meglio a cui era stato tolto? I saltimbanchi stessi parevano averlo dimenticato, egli non ne sapeva nulla. Da tanti anni, che gli parevano secoli, egli cresceva in mezzo alle percosse di quei due crudeli. Non era altro più che pagliaccio, un essere fatto apposta su cui sfogare coi cazzotti, coi pugni e coi calci il cattiv'umore di chi gli dava uno scarso tozzo di pane. Egli soffriva e taceva. Raro è che parlasse. Si piaceva a rincantucciarsi e star solo, coi gomiti sulle ginocchia e la faccia nelle mani a meditare. Che meditava egli mai?
Una fra le due compagne di Zoe era più miseruzza dell'altra. Tossiva spesso, si lamentava di dolori allo stomaco, raramente poteva cibarsi con appetito, dormiva poco, troppo sovente tremava e sudava dalla febbre. I saltimbanchi uomo e donna, la rimbrottavano acerbamente, dicevano che quella era pigrizia, che gli eran vizi e malavoglia di fare il dover suo, e accadde più d'una volta che anche la picchiassero per obbligarla a star bene e scendere in piazza a fare i soliti esercizi. La poverina si travagliava miseramente nelle sue capriole e negli sforzi delle sue mosse ginnastiche, tenendo sempre fisso sulle labbra quell'imposto sorriso costretto e contratto, che era dolorosissimo a vedersi, chi per poco esaminasse la infelice, e poi cadeva ansimante per terra presso l'organetto, serrandosi colle mani convulse lo stomaco in cui soffrivano, i suoi polmoni, i più cocenti dolori. Pagliaccio lasciava scendere uno sguardo pieno di compassione sopra quella sofferente, ma lo sviava tosto da lei e con più violenta prestezza si dava a girare il manico di quel scellerato strumento disarmonico e stonato. Era la sola manifestazione di sentimento che potesse esser colta negli atti, nella fisionomia di quel giovanetto, che del resto si mostrava d'una indifferenza stupida e non mai smentita; manifestazione codesta ch'egli metteva assai cura a non lasciare scorgere nè da quel crudele nè da quella megera che erano i suoi padroni.
Un giorno finalmente la piccola inferma non potè a niun modo levarsi più dallo stramazzo in cui aveva dolorato tutta la notte. Il saltimbanco capì che la era spacciata come le altre mancategli della medesima guisa. La chiuse nel granaio tutto sola, e condusse in piazza il resto della compagnia. Quando tornarono la sera, la poverina era morta.
— Che peccato! Disse il saltimbanco poichè si fu accertato che la era freddo cadavere. Se avesse vissuto questa qui sarebbe diventata un fiero soggetto.