Fu l'orazione funebre di quella creatura sventurata, che non aveva conosciuto vivendo le carezze materne, che era morta abbandonata senza il conforto d'una mano amorevole, d'una parola pietosa.
Poscia il saltimbanco e la donna se ne uscirono di là per recarsi all'osteria secondo il solito, lasciando chiusi entro il granaio, col cadavere della piccola morta, Zoe, l'altra compagna superstite e Pagliaccio.
Era la prima volta che la Martuccia si trovava in faccia allo spettacolo della morte, e quel viso immobile color di cera, la bocca semiaperta e tirata, quegli occhi spenti entro le occhiaie infossate, di cui niuno aveva avuto la pietosa cura di abbassare le palpebre, le incutevano una tremenda paura. Guardava, guardava quella faccia di cadavere, e le era dolorosissimo il guardarla, e non poteva pur tuttavia staccarne gli occhi.
Fu il povero Pagliaccio quegli che abbassò le palpebre della piccola morta. S'inginocchiò presso di lei, le rese quel pietoso ufficio, poi si volse all'altra ragazzina che piangeva, forse più ancora di spavento che di dolore.
— Perchè piangere? Le disse con una voce straordinariamente grave per uno appena entrato nell'adolescenza. Essa è più felice di noi; ha finito di soffrire; e certo dov'essa è andata si sta meglio che non qui sotto la sferza del principale...... Una volta che, scappando di casa, ho potuto entrare in chiesa un momento, ho udito un prete a predicare, il quale diceva che chi muore senza aver fatto del male va in paradiso dove c'è un eterno benessere. Questa poveretta non ha mai fatto male a nessuno e dev'essere andata colassù. Sapete ciò che abbiamo da desiderare anche noi? Si è di far presto ad andarla raggiungere; poichè tanto e tanto questa ha da essere la nostra sorte.
Detto ciò Pagliaccio si accoccolò, come soleva, coi gomiti sulle ginocchia e la faccia nelle mani e stette immobile presso il piccolo cadavere. Le sue parole avevano ispirato nell'animo di Zoe una indicibile mestizia. Anche di poi, nel più brillante apogeo della sua sciagurata carriera, ella non aveva dimenticata quella notte e diceva non poterla dimenticar mai. Ella erasi stretta in un cantuccio lontano il più possibile dalla morta, insieme colla sua superstite compagna, e stette colà fino al mattino impedita dallo spavento di dormire di sonno fermo, sonnecchiando di tanto in tanto, solo per avere in quel sopore più tremende le immagini di inesprimibili confuse visioni. Ancora nel buio più fitto delle ore notturne, ella credeva vedersi innanzi quella faccia patita di color cerco, quegli occhi spenti a guardarla, quelle labbra livide a dirle con voce cupa le parole pronunciate da Pagliaccio:
— Anche questa ha da essere la tua sorte.
Il domani stesso, come sempre faceva in simili casi, il saltimbanco partì dalla città in cui si trovava e con viaggio più lungo del solito, mise una maggior distanza che non solesse fra la sua nuova residenza e quella che aveva abbandonata.
— Orsù, aveva egli detto a Zoe quel domani medesimo, ora tocca a te a tener il posto di quell'altra, e bisogna sgranchirsi un po' meglio.
Queste parole furono il vero annunzio d'un accrescimento di lavori e di fatiche accompagnato necessariamente da una recrudescenza di battiture.