Per quella volta siffatto colloquio non ebbe altra conclusione; ma la contessa si partì di colà con una spina nel cuore. Luigi per causa di lei trovavasi costretto a penosi imbarazzi finanziari, ed ella voleva ad ogni modo venire in suo soccorso. A questo intento cercò di avere a sè l'uomo che serviva il medichino: una strana faccia che a primo aspetto ti pareva da melenso, a chi lo esaminasse per bene compariva da mariuolo. Questa figura avreste potuto vedere nella bettola di Pelone, entro quella camera riservata dalle tendoline rosse ai cristalli dell'uscio, far parte di quella specie di sinedrio, in mezzo al quale ci è apparso la prima volta il compagno d'infanzia di Maurilio; ed allora non lo avreste visto verso Gian-Luigi nelle relazioni di domestico a padrone, ma di pari a pari, con alcuna deferenza però come a capo, a cui il proprio consentimento ha accordata una certa autorità.
Questo pseudo-servitore, certo d'accordo col giovane, dopo finto mille tergiversazioni e mille ritrosie, si lasciò strappare dalla contessa il segreto cui aveva una gran volontà di svelarle: che cioè Luigi era perseguitato per alcune cambiali in iscadenza da certi creditori, i quali poi facevano tutti capo ad un famoso usuraio, primo di tutti gli usurai, quel falso sant'uomo di messer Nariccia.
La contessa non rimase guari a prendere la sua decisione, volle vedere essa stessa questa tremenda arpia che, a detta di quel domestico, aveva in pugno la sorte e la libertà del suo Luigi; e siccome la non voleva che un simile personaggio entrasse nel palazzo Langosco, un dì, vestita di scuro eziandio e colla veletta fitta in sugli occhi, come quando recavasi agli amorosi convegni, ella fu a visitare l'ipocrita usuraio, la cui abitazione già conosciamo pel racconto di Maurilio.
La gita della contessa al covo di Nariccia non si rimase pur troppo ad una sola. Di quando in quando la fronte annuvolata di Luigi, la parola sarcastica, alcune maledizioni alla sua sorte, ammonivano la povera Candida che qualche nuova difficoltà finanziaria sbarrava il cammino al suo amante: ed una volta appresa la strada della casa dell'usuraio, non c'era più ragione per tenersi dall'accorrere a cercare colà il rimedio al male e la salvezza pei pericoli che minacciavano il suo diletto.
Le sostanze della figliuola del barone La Cappa consumavano intanto come un mucchio di neve al sole, assalite dall'una parte dall'amante, dall'altra dal marito, il quale non aveva bisogno di alcun diretto intervento della moglie per ispiccare e fondere al crogiuolo del giuoco, i buoni pezzi di quella fortuna, stante la procura generale ch'egli aveva ottenuta da lei nel modo che abbiam visto.
Ah! se il padre di Candida avesse mai saputo una cosa simile! Ma in ciò andavano pienamente d'accordo marito e moglie, che ogni cautela era da loro adoperata per nascondere la verità al barone, il quale viveva felice nell'orgoglio di esser padre d'una contessa il cui blasone era stato in Oriente al seguito del Conte Verde.
Fra il conte e il dottor Quercia le cose andavano di pieno accordo e il più quietamente che mai. Amedeo Filiberto aveva in realtà posto una certa affezione — l'affezione che può dare l'anima aridissima d'un vecchio libertino, tipo di perfetto egoista — in quel giovane che all'occasione era comparso così coraggioso, che mostrava in tutto che facesse tanta destrezza, che in compagnia era sempre così allegro, che si vantaggiava d'una distinzione naturale di maniere da parere poco diverso da un gentiluomo allevato sotto l'ali di una primogenitura, che aveva la squisita abilità di perder quasi sempre quando giuocasse contro il marito della contessa Candida.
E da questa buona e domestica attinenza col conte di Staffarda, il medichino tirava per intero quel vantaggio appunto che aveva avuto in mira, di fare cioè rispettare entro certi limiti dalla curiosità e dalle investigazioni della Polizia il mistero della sua vita. Quest'argo dai cento occhi, al quale è pure così facile accecarne cento e uno, aveva bensì rivolta la sua attenzione a due personaggi che in due sfere affatto diverse e così lontana l'una dall'altra, le si presentavano col velo d'una specie di enimma; e questi due personaggi erano il medichino della bettola di Pelone e l'elegante dottor Quercia del salotto della contessa Langosco. Del primo non avevansi che in nube alcune confuse nozioni che potevano lasciare in dubbio perfino sulla realtà dell'esistenza di quell'individuo, il quale appariva quasi un mito nella sua qualità di centro, ispiratore e direttore di ogni fatto di quella sorda guerra di delitti che muovono all'ordinamento sociale, alla proprietà ed alla sicurezza dei cittadini la miseria, il vizio e l'ignoranza della canaglia. Per quanto accortamente e con lusinghiere promesse si fossero interrogati tutti i soldati di quell'esercito di reietti che cascassero nelle mani della forza pubblica, intorno a quell'essere misterioso, da nessuno mai erasi potuto ottenere una risposta che mettesse sulle sue traccie; per quanto accurate indagini si fossero fatte, per quanta abilità ed audacia di spie ed esploratori si fosse adoperata, non si era potuto far capo a scoperta nessuna, e quell'individuo rimaneva pur sempre nelle nebbie d'un mistero impenetrabile, tanto che lo stesso commissario Tofi, espertissimo poliziotto, non credeva alla esistenza di lui. Ma ben credeva ad essa il più fine e destro segugio che avesse allora la polizia torinese, quel Barnaba che abbiam visto nella taverna di Pelone.
Del dottor Quercia conoscevasi l'elegante quartieretto che abitava in una delle strade principali della città, conoscevasi il modo dispendioso di vita, sapevasi la sua abitudine e la sua fortuna forse soverchia al giuoco, dal quale credevasi attingesse i mezzi di quella splendida esistenza; ma quando la curiosità della Polizia aveva voluto penetrare più in là nei fatti di lui, erasi trovata impacciata dalla qualità delle attinenze che il giovane aveva nella classe più elevata e che allora era onnipotente nella società torinese.
Gl'impiegati di Polizia erano poveri plebei che troppo temevano dover perdere l'impiego quando eccitassero lo sdegno di un nobile protettore di qualcheduno. La vessazione di quella Polizia, che non rispettava quasi nulla di ciò che avrebbe dovuto essere rispettato, si arrestava innanzi al timore di poter disgustare il marchese tale o il ciambellano tal altro. Come osar commettere un atto arbitrario in danno d'uno che viveva intimamente col conte di Staffarda, col marchesino di Baldissero, col contino di San Luca ed altri parecchi di simil razza? E senza un atto arbitrario si era già belli e certi, dalla sorveglianza che per alquanto tempo si era esercitata su di lui, che non si sarebbe potuto giungere a scoprir nulla sul conto del sedicente dottore, tanto erano in sembianza regolari e tranquilli gli atti della sua apparente vita abituale.