Ben si era tentato insinuare nella testa dura del conte Barranchi, generale dei Carabinieri, e quindi a quel tempo capo supremo della Polizia, alcuni sospetti riguardo a quel cotale, per eccitarlo a coprire della sua potente risponsabilità alcuni dei soliti atti illegali da farsi verso di lui. Ma il conte Barranchi per coprire una carica di sì delicata natura non aveva altre qualità che la superbia e la prepotenza. Alle prime parole fattegliene, aveva detto a suo modo, coll'accento di un comando militare:
— Arrestatelo!
E poi all'osservazione che glie ne venne espressa, che quel giovane era famigliarissimo dei tali e tali:
— No, cospetto; s'era affrettato a gridare: lasciatelo in pace... Aspettate!
Quindi tenutosi per cinque minuti nella mano il suo mento quadrato in attitudine di profonda meditazione, aveva soggiunto:
— Ne parlerò io col conte di Staffarda. Non prendete nessuna deliberazione ed aspettate i miei ordini.
Il conte Langosco, quando il generale avevagli manifestato i sospetti dei suoi agenti intorno al dottor Quercia si pose a ridere di tutto cuore.
— Che cosa vi salta per la testa? Aveva risposto. Credete voi che io voglia ammettere nella mia famigliarità un truffatore o un congiurato o un qualche cosa di peggio? Quel bravo giovane è una persona ammodo, a cui sarei dolentissimo se arrecaste il menomo fastidio.
— Basta, basta! Aveva risposto il famoso conte Barranchi, altrettanto arrendevole verso i potenti, quant'era duro ed intrattabile coi deboli. Poichè voi, conte, me ne parlate in questa guisa, non ho più nulla da dire.
A tutti gli agenti fu dato ordine di non molestare menomamente in nessun modo diretto, nè indiretto il dottor Luigi Quercia.