Non ostante codesto uno di quegli agenti non si era tuttavia affatto persuaso che sotto la esistenza del pseudo-dottore non ci fosse un mistero, e che questo mistero non interessasse la Polizia; e questo agente era quel tal Barnaba, il quale esercitava il suo mestiere con una vera passione, di quella guisa che un valente artista professa la sua arte. Egli per un istinto della sua natura di poliziotto, per una inspirazione del suo ingegno attivissimo ed eminente in quest'ordine d'idee, era presso che sicuro nel suo intimo come l'elegante dottore e l'incognito medichino fossero una persona sola. Certo non faceva egli nulla che potesse motivare rimostranze e richiami del dottore, e quindi suscitare la collera del conte Barranchi; ma non cessava di tenerlo d'occhio; e per quanto le apparenze della vita e della condotta del signor Quercia fossero innocenti, per quanto impossibile fosse il cogliere in fallo quell'individuo, Barnaba non si stancava di vegliare e dubitare. S'era persuaso anzi che fra sè e quel cotale intravveniva quasi una tacita lotta, Quercia per sottrarsi alle ricerche di lui e renderle frustranee, egli per penetrare in quel segreto che si ostinava a supporre nella vita del sedicente dottore.

Laonde quando, la sera del ballo dell'Accademia Filarmonica, Barnaba ebbe notato Maurilio, alla vista del dottore, fare un atto di sorpresa, da cui il poliziotto argomentò che fra quei due correva alcuna attinenza, pensò egli subitamente che in quel giovane, ancora sconosciuto, incontrato dapprima nella bettola di Pelone e poi sotto l'atrio del palazzo in cui aveva luogo la festa da ballo; che in quel giovane, dico, la sorte gli aveva forse presentato un bandolo per penetrare nel fino allora chiuso mistero della vita e del passato del signor Quercia.

Quindi lo aveva ormeggiato; e, come ho narrato, s'era Barnaba intromesso nella loggia della portinaia in quella casa ove abitava Maurilio coi suoi amici. Ma prima di riferir qui il colloquio che intravvenne fra il poliziotto e la portinaia, occorre ancora che ci soffermiamo nelle splendide sale in cui aveva luogo la festa da ballo.

CAPITOLO XXVII.

Quella sera, al ballo dell'Accademia filarmonica, il conte Langosco, dopo avere per un po' di tempo tenuta in iscacco la fortuna del giuoco, n'era affatto vinto e perdeva a rotta di collo. Quel mucchio di monete che al cominciare del capitolo XXII gli abbiam visto allato sul tappeto verde del tavolino, era sparito affatto e da alcuni minuti il conte giuocava su parola. La sua faccia non era mutata per nulla; soltanto un po' più pallide forse si sarebbero potute dire le sue guancie, un po' più accesi gli sguardi, più ironico il sogghigno; ma l'urbanità elegante del tratto, era, se fosse stato possibile, ancora maggiore del solito.

La contessa sua moglie, appoggiata al braccio ora di questo ora di quel cavaliere, era già venuta due volte fino presso ai giuocatori con una aria che avreste detta inquieta, come di chi cerca e non trova, aspetta e non vede arrivare. Ella cercava, ella attendeva il suo amante, il quale tardava di troppo dopo la promessa fattale di venir sollecitamente alla festa.

Amedeo Filiberto, ad ogni volta aveva salutato con amichevol cenno la moglie e rivoltole alcune indifferenti parole in francese:

— Avete voi ballato? Siete già stanca di ballare? Vi occorre qualche cosa? Fa caldo, non è vero?

Ed altrettali simiglianti.

La terza volta che Candida, accompagnata dal conte San Luca, ricomparve presso al tavolino dove suo marito aveva perduto tutto il denaro recatosi allato e stava perdendo con implacabile persecuzione della sorte, Amedeo Filiberto le disse con isquisita galanteria: