Lo sconosciuto guardò verso quella porta, sopra i cui sucidi cristalli stavano scritte le classiche parole: BUON VINO E BUON RISTORO e parve esitare un momento; poi, come se subitamente si decidesse, prese per mano il bimbo e gli disse:

— Vieni: te ne darò io da cena.

E col fanciullo s'introdusse nell'osteria piena in quel punto di rumore e di gente.

CAPITOLO II.

La bettola si trovava in una bassa casipola che ora fu distrutta affine di allargare la strada. Per entrarvi bisognava scendere due scalini.

Lo sconosciuto apri l'uscio a vetri e si trovò in uno stanzone più lungo che largo, colle pareti affumicate, col pavimento composto d'assi inchiodati, tutto ronchioso pel fango recatovi ed appiccatovi qua e colà dai piedi degli avventori, con un'atmosfera grassa, densa, impregnata di acri odori, in cui il fumo faceva con pieno successo le funzioni che per la strada adempiva la fitta nebbia di quella sera invernale.

Dal trave del soffitto annerito, insieme con infiniti arazzi di ragnateli, per una cordicella ripiegata da tirarsi su e giù passando in mezzo ad una colomba di piombo, pendeva una lampada a tre becchi, di cui due soli avevano acceso il lucignolo, con certi tubi di vetro affumicati, e con una vernice rossa che era mezzo staccata dalla latta.

Lunghesso le pareti eran poste, ad uguale distanza l'una dall'altra, delle tavole oblunghe, e ai lati di esse delle panche di legno lunghe quanto le tavole medesime; nelle pareti, al di sopra di ciascuno di codesti deschi, era scritto in nero con cifre alte un palmo un numero diverso e progressivo.

In fondo allo stanzone, da una parte c'era un banco a mezzo ripieno di fiaschi e fiaschetti, e dietrovi seduto l'oste, con davanti un libro di conti dalla copertina sucida e strappata e un calamaio di piombo con un mozzicone di penna piantato nella bambagia immollata d'inchiostro: dall'altra parte si apriva una botola, con una cateratta che stava sempre sollevata ed appoggiata contro il muro, per la qual botola si scendeva nella cantina sotterranea, dove si custodivano i vini e si cucinavan le pietanze consumate in quell'orribile stamberga.

Nella parete, alla destra di chi entrava, presso al banco a cui sedeva l'oste, aprivasi una porta che metteva in un'altra stanza; ma questa era una stanza riservata, in cui non s'avventurava la comune dei bevitori, ed entravano soltanto alcune brigatelle di soliti accorrenti che, per la conoscenza avutane dal bettoliere, e per la vistosità dei guadagni che gliene recavano eran meritevoli di siffatto privilegio. I misteri di quella camera erano difesi dallo sguardo dei profani per certe cortine di stoffa di cotone di color rosso tirate accuratamente ai vetri dell'uscio. Al momento in cui lo sconosciuto col fanciullo per mano entrava nella bettola, quest'uscio misterioso si era aperto, per dar passo alla fante dell'oste, giovane grassotta e belloccia, con aria sfacciata, la quale portava colà dentro un vassoio e sopravi parecchi bicchieri e due boccali colmi di vin rosso. Chi si fosse trovato in quella di prospetto all'uscio avrebbe potuto vedere nella stanza di cui si tratta un allegro fuoco fiammare in uno di quei caminetti che pigliano il nome da Franklin, e intorno ad esso seduti cinque o sei uomini di varia età e di vario aspetto, che dalle vesti però apparivano appartener tutti alla classe degli operai, tutti, tolto uno, con figure risentite, e come si suol dire con di quei certi ceffi che non fa piacere incontrare nel nostro cammino, la sera.