Allora Maurilio si trovò costretto a ripetere la sua menzogna, che urgeva parlasse a quel signore.
— Mi dica il suo nome: soggiunse quel secondo domestico che pareva più umano: e glie ne dirò all'avvocato.
Così fece Maurilio, e il domestico s'affrettò su per lo scalone. Due minuti non erano ancor passati che ecco venir correndo un bel giovane in elegante ed inappuntabile acconciatura da ballo, il quale esclamò con accento veramente cordiale:
— Che? Sei tu che mi cerchi, Maurilio? Vieni, vieni e dimmi che cosa è capitato.
A questo intervento, la soglia del vestibolo, che fino allora gli era stata contesa dal domestico e dall'ordinanza rimasta lì pronta a pigliar pel braccio l'intruso e ricondurlo fuori, quando ne fosse il caso; quella preziosa soglia fu permessa a Maurilio e il piede di costui potè, benchè tutto sporco di fango, calpestare il ricco tappeto del vestibolo come facevano gli scarpini di vernicato del suo compagno.
Francesco Benda, come ho già detto, era un bel giovane, ma ciò che è meglio, simpatico per chiunque lo vedesse, e inoltre (il che è assai di più ancora) buono, generoso, amorevole, pieno di carità e d'affetto. Apparteneva alla ricca borghesia, ma non ne aveva gli stupidi orgogli, l'arida ignoranza e i gusti meschini. Suo padre, operoso industriale, aveva coll'intelligenza e col lavoro accresciuto un vistoso patrimonio già lasciatogli da' suoi parenti, e seguitava ad accrescerlo coll'esercizio di parecchie miniere di ferro che attivamente coltivava e con una grandiosa fabbrica d'ogni fatta utensili di questo metallo.
L'unico figliuolo maschio di questo fabbricante aveva fin da principio manifestato poca inclinazione per le cose dell'industria. L'orgoglio del padre suscitatosi alquanto coll'aumentar delle ricchezze, quello della madre maggiormente soddisfatto ed incitato insieme dalle belle sembianze e dalle simpatiche maniere del figliuolo, le tendenze di quest'esso, avevano congiurato per far decidere dalla famiglia che Francesco non continuerebbe nel mestiere del padre, ma farebbe il signore; val quanto dire l'uomo ozioso, il consumatore improduttivo che la sciala sul capitale raccolto dal lavoro accumulato da' suoi antecessori. Siccome per la borghesia torinese, massime a quei tempi, la laurea d'avvocato era una mezza nobiltà che tirava su chi la possedesse dal ceto mercantile creduto da meno; padre e madre Benda decisero che il loro figliuolo vestirebbe la toga dottorale; e il buon Francesco accrebbe di uno il numero degli avvocati senza cause che pagano con cinque anni sciupati all'Università la sciocca superbia di portare quel titolo.
Ma il giovane Francesco ebbe due fortune: la prima un'indole eccellente, non iscompagnata da una buona intelligenza, e quindi una propensione per tutto ciò che è bello e sopratutto per le divine cose dell'arte, fra le parti della quale egli prescelse e coltivò non senza successo la più delicata di tutte, la musica; la seconda fortuna fu di abbattersi in una schiera di amici che erano d'animo eletto e di non volgare ingegno. Fra costoro contava Maurilio; e come questi due giovani, così divisi dalle condizioni sociali, si fossero incontrati, raccozzati ed amati, vi racconterò fra poco.
Al momento in cui, quella sera di festa, appena udito il nome dell'amico che cercava di lui, Francesco Benda s'affrettava a recargli innanzi la sua aggraziata persona, la faccia serena, la fronte leggiadra coronata di bei capelli castagni riccioluti, lo sguardo degli occhi azzurro, limpido come quello d'una ragazza innocente, egli contava intorno a venticinque anni. Era conosciuto ed ammesso in tutte le più eleganti società; se fosse stato un fatuo, avrebbe potuto contare molte di quelle che i Francesi chiamano buone fortune. Le signore più alla moda cantavano con espressione le sentimentali di lui romanze, e quando egli sedeva al pianoforte, anche le più schive e severe si accostavano a lui e non disdegnavano fissare i loro occhi lucenti sulla bella testa del giovane e si commovevano alle dolcissime melodie che egli sapeva suscitare dai tasti. Le adulazioni degli amici interessati che mangiavano le sue cene, fumavano i suoi sigari, cavalcavano i suoi cavalli, usavano sotto titolo d'imprestito da non restituirsi mai, della sua borsa, non lo guastavano, perchè egli alle adulazioni non credeva e le abborriva; e la compagnia di quei tali amici che ho detto più su, cui egli si procacciava il più spesso che gli fosse dato, creavagli intorno, direi quasi, un ambiente sano a premunirlo.
Egli adunque era corso sollecito alla chiamata di Maurilio; l'aveva intromesso nel vestibolo, e prendendo all'amico le mani grosse e volgari colle sue accuratamente inguantate di bianco, aveva soggiunto: