Con quella profonda irritazione che aveva in corpo, il Commissario si era recato nel suo uffizio di Piazza Castello e si disponeva a ricevere l'arrestato quando gli fosse condotto dinanzi.

Si era nella seconda camera, in mezzo della quale stava la tavola lunga collo sporco tappeto di panno verde. Alla scrivania sedeva un impiegato che, per la fredda temperatura, di quando in quando dava in uno scossone di brivido e soffiava sulle mani per iscaldarsele. Tofi passeggiava su e giù della stanza con passo concitato, il cappellone piantato in testa e le mani affondate nelle larghe tasche laterali del soprabito.

Ad un punto Barnaba socchiuse la porta che metteva nel corridoio e cacciò dentro la sua faccia scialba, appuntata, da faina.

— Gli è qui il merlotto.

— Ah ah, va bene.

Tofi trasse di tasca le sue grosse manaccie e si pose a fregarsele l'una coll'altra facendo chioccare le giunture delle dita premendosele.

— Come andò la faccenda? Dite spiccio.

Barnaba in poche parole raccontò ciò che era avvenuto presso il cimitero.

— Cospetto! Avevate colà anche quel Selva; potevate prenderlo.

— Ci ho pensato.