— Cospetto! Quando glie lo dico io!....

— Ad ogni modo io, giudicando da quello che conosco di lui, debbo credere ch'egli sia stato innocente.....

— Parliamo un poco d'un altro: voglio dire Medoro Bigonci. Anche di costui non so vedere alcuna ragione perchè partecipi a così stretti e confidenti colloquii da amico.

— Egli abita con Vanardi..... Del resto non prende parte quasi mai alle nostre riunioni.

— Ah no? A me le mie informazioni mi dicono diversamente. E le mie informazioni mi dicono molte cose, sa, che altri crede affatto nascoste..... Vuol saperne una, per esempio?

Si accostò ancora più presso a Francesco e gli disse con voce sommessa, ma piena di forza:

— Mi dicono che Medoro Bigonci non è il vero nome di quel tale, ma ch'egli chiamasi Mario Tiburzio.

Benda non fu tanto padrone di sè che non desse indietro d'un passo e che non impallidisse nel volto.

Tofi vide l'emozione del giovane e ne conchiuse fra sè issofatto che Barnaba non s'era ingannato e che Francesco Benda era istrutto del vero essere di quell'individuo. Col proposito di atterrire l'arrestato e di ottenerne in questo modo alcuna confessione od almanco una più imprudente risposta, il Commissario continuò colla medesima voce sommessa ma fremente di minaccia:

— Ora Ella capirà agevolmente che la sua condizione non è così buona e i carichi che pesano su di lui non sono così lievi da permetterle tanta temerità e tanta sicurezza. Mario Tiburzio è un agente di Mazzini. Il solo essere in rapporto con lui è gravissima colpa, è delitto di Stato. Siffatte audacie dei mandatari di quello scellerato rivoluzionario che vengono a sedurre e sommuovere la gioventù nel nostro Stato sono oramai troppe. Il Governo di S. M. è deciso di porvi fine e di tagliare il male dalla radice. Qualunque siasi che abbia intinto in siffatta pece si è deciso di deportarlo senz'altro in Sardegna.