— Un estraneo?

— Egli è tale di cui si può fidare completamente, e le cose che abbiamo da dire, sono di natura da non esser dette che nel più segreto nascondiglio del mondo. D'altronde, giunto nella retrobottega di Baciccia gli benderai gli occhi e non gli leverai la benda finchè non sia penetrato fino nel mio gabinetto. Conducendolo fuori si farà lo stesso, così vedrà nulla di nulla. Ve l'ho già introdotto io altra volta di questa guisa ed ei non ha il menomo sentore della vera destinazione di quel nostro sotterraneo riparo.

Mandò un sospiro quasi di rimpianto e mormorò fra i denti:

— E se l'avesse, egli non ci metterebbe i piedi di certo. Hai capito? — Riprese parlando ad alta voce al domestico.

— Farò come la vuole.

— Benissimo. Vai e sollecita.

Il domestico si partì; Gian-Luigi si cambiò frettolosamente di abiti da capo a piedi ed avviluppatosi in un ferraiuolo uscì ancor egli e si diresse verso un'estremità della città, da quella parte precisamente in cui erano i quartieri più antichi e poveri, e in essi la taverna di mastro Pelone[4].

Eravi colà — ora non esiste più — un gran quadrato di case ammonticchiate l'una accosto all'altra in una massa compatta, traverso cui non passava nessuna via pubblica, ma si aprivano molti cortili e cortiletti la più parte umidi e sporchi, i quali, comunicando fra loro per anditi bassi e porte, formavano una specie di labirinto cui solo poteva percorrere senza smarrirsi chi ne avesse acquistato il filo colla pratica.

La bettolaccia di Pelone si apriva in questo quadrilatero dalla parte che costeggiava la viuzza di cui ho parlato nell'aprirsi di questo racconto: nel lato precisamente opposto, il quale si trovava allo estremo lembo delle abitazioni e quindi metteva sopra i viali, quasi all'altezza medesima della taverna, vedevasi un muro che separava da un tratto di terreno incolto, corrente presso le case fra queste ed il viale, un cortiletto in fondo a cui biancheggiava una casetta d'un piano, ristorata di fresco, la quale colla sua lindura e pulitezza faceva strano contrasto alla miseria delle casipole che la circondavano.

Quella casetta aveva una misteriosa storia cui raccontavano con mille varianti le comari del quartiere. Molti anni prima era di proprietà d'un vecchio misantropo che la fama diceva ricco assai e che viveva da povero, solo, senza servi, senza conoscenti, senz'attinenza nessuna di nessuna sorta. Le vecchie, che ricordavano averlo visto, dicevano che aveva la faccia d'un birbante: che pareva il delitto incarnato in un omiciattolo macilento, rugoso, sporco, scontroso e ributtante. Lo si accusava d'ogni più orribil fatto — e sopratutto di essere uno stregone. Dicevasi che la notte strani rumori si sentivano in quel locale, e che il diavolo ci doveva venire di sicuro a tener compagnia a quel solitario. La casa aveva il medesimo aspetto del padrone; le muraglie n'erano verdastre; i ragnateli pendevano dapertutto, il tetto pareva minacciare rovina; la grondaia cascava staccata da una parte: gli scalini per cui si saliva al peristilio dell'unico ripiano erano disfatti e le lastre di pietra vacillavano sotto il piè vacillante di quel vecchio che solo varcava quella soglia. Era una casa che da lustri e lustri si lasciava andare in rovina.