Un giorno il vecchio misantropo non fu visto uscir più secondo che soleva tutte le mattine; le imposte delle finestre rimasero ermeticamente chiuse, e non fu udito più, nè visto colà dentro cenno di vita alcuno. Passarono e due e tre giorni di siffatta guisa, finchè la pubblica autorità, avvertita, penetrò di forza in quella casa, e trovò il vecchio appiccato per la gola ad un trave del soffitto. Non c'era traccia alcuna di violenza; nulla era derubato; si pensò che il vecchio medesimo, stanco di quella sua vita da orso, s'era ammazzato: si fece il suo bravo processo verbale e, dopo qualche giorno di chiacchere d'ogni fatta, la cosa fu posta in oblio. Il vecchio non lasciava eredi. Il fisco prese possesso di quella catapecchia, e la lasciò nello stato in cui si trovava, non sapendo che farne. Per molti anni essa rimase disabitata, e le comari del quartiere affermavano che la notte ci tornava lo spirito tormentato del vecchio omicida a farci chiasso. Finalmente quattro anni prima dell'epoca del nostro racconto, tutti i vicini stupirono nel vedere muratori e falegnami e poi tappezzieri all'opera a cambiare quelle luride muraglie in un'elegante dimora piena d'ogni ornamento e di ogni sontuosità che per comodo e per lo sfarzo della vita abbia saputo inventare la civiltà moderna.

Il dottor Quercia aveva comperato quella casa e la faceva con grande spesa ridurre a petite-maison per farne il nido de' suoi amori e delle sue avventure galanti.

Gli è verso questa sua casetta che Gian-Luigi diresse i suoi passi. Giuntovi, aprì la porta del muro che metteva nel cortile e la richiuse dietro sè appena entrato. Alla destra, addossato al muro, eravi all'interno un casotto da portinaio, ma la porticina e la finestra chiuse compiutamente anche alla luce dinotavano che non ci stava nessuno. Gian-Luigi traversò il cortile camminando sulla neve caduta, che nessuno aveva spazzato, e salito i tre scalini, che egli aveva fatto mettere di marmo e riparare da una piccola tettoia di ferro e cristalli (di quelle che diconsi marquises) aprì la porta di legno ben lavorato con ornamenti di bronzo, ed entrò, chiudendo anche qui studiosamente l'uscio dietro sè non solo con doppia mandata del serrame, ma con un forte paletto di ferro, che fece scorrere dall'una all'altra imposta.

Varcata la soglia eravi un breve andito a colonne che metteva in una sala piuttosto vasta, costrutta ed ornata secondo l'architettura ed il gusto dell'arte pompeiana. Il rumore dei passi era ammortato da uno spesso e ricco tappeto, e due bocche di calorifero alle due pareti laterali a chi entrasse mandavano un dolce tepore come di stufa per fiori. Senza deporre nè cappello nè ferraiuolo, Gian-Luigi traversò la sala ed entrò in una camera il cui uscio trovavasi precisamente in prospetto a quello d'entrata. Era un salotto ritirato, quieto, con tutte le delicature del lusso moderno, con diffusavi una luce semicrepuscolare che invitava l'anima al raccoglimento, i sensi all'abbandono, la voce a suonare sommesso. Sulle pareti era tesa una tappezzeria di seta gialla a fiorami d'ugual colore ma di tinta più scura; di seta gialla erano coperti il lettuccio da sedere, il sofà da starci due a discorrere, le seggiole a spalliera ricurva per accogliere comodamente la persona, le poltroncine, soffici tutti quanti, colle molle elastiche, e capitonati. Il legno dei mobili, degli usci, la cassa de' fiori presso la finestra in cui profumavano l'aere viole mammole, resedà e vaniglia, le cornici dei due alti specchi che si appoggiavano a due mensole elegantissime erano bianchi coi fregi e gli orli dorati. Un piccolo lustro dorato, di elegante forma, pendeva a metà dalla vôlta bellamente dipinta d'ornamenti architettonici e di vedute di paesi fra quelli inquadrate. Un più elegante tappeto copriva il pavimento e nel camino, tutto rivestito di marmo finissimo, ricco di belle scolture, dietro alari e paracenere elegantissimi di bronzo dorato ardeva un bel fuoco che una mano attenta doveva avere da poco tempo rianimato.

Gian-Luigi non si fermò neanche in questo salotto, aprì l'uscio che era alla sua destra e s'introdusse in una camera da letto che era tutto un'eleganza ed una gaiezza. Le tappezzerie, di seta altresì, erano di color celeste; di bianco e di celeste era incortinato il letto di legno di mogano, prezioso per egregio lavorio; dalla finestra per tendoline di seta rosea coperte di mussolina bianca si stacciava una luce a tinte soavi e calde che si rifletteva con effetto molto pittorico sugli orli dei mobili dorati; la vôlta formicolava di fiori e d'amorini sorridenti vagamente dipinti in ogni mossa; dal mezzo pendeva un canestrino indorato nel quale fioriva una di quelle strane piante erratiche a cui non è bisogno per germogliare e vivere la prosa della terra, ma che si alimentano poeticamente dell'aria, e in mezzo c'era luogo ad una lampada che dal cristallo opaco mandasse il suo lume travelato, non a rischiarare, ma ad assistere in quel tempio della voluttà ai dolci misteri della notte. Due specchiere alte da terra alla cimasa superiore della parete si facevan faccia dall'una all'altra parte della stanza, e il letto, posto in mezzo, era riflesso da ambedue all'infinito in una interminabile infilata.

Il giovane, entrato, chiuse studiosamente dietro sè la porta, come se temesse che alcun occhio profano avesse da vedere ciò ch'egli stava per fare, e non la chiuse soltanto colla stanghetta a molla, ma diede colla chiave due mandate al serrame, quasi per esser sicuro che nessuno potesse venire a sorprenderlo. La precauzione poteva in vero dirsi soverchia, poichè aveva egli già serrato e il portone da via, e la porta d'ingresso della casina, e ben sapeva che nessuno aveva chiavi da penetrar colà dentro contro sua voglia o ad insaputa; ma il segreto che si celava in quella camera così elegante da parer fatta per gli amori soltanto, era pure di sì gran rilievo che per abitudine da non trascurarsi mai, egli s'era imposto ogni fatta di maggiori cautele cui potesse suggerire la più diffidente prudenza.

Gian-Luigi gettò uno sguardo sopra una mensola dove stava un gruppo di bronzo dorato in istile rococò, rappresentante con allusione mitologica varii amorini incatenatori del Tempo, il quale portava sulle sue spalle un orologio a pendolo.

— Di già le dieci ore!.... Come passa il tempo! Decisivamente la giornata è troppo corta per le tante cose che m'impone questo lavoro di Gigante assalitor dell'Olimpo..... Ah delle volte sono stanco!....

Vide in una delle specchiere, innanzi a cui si trovava, la sua faccia giovenile, impressa di tanta baldanza e risoluzione, e sorrise a sè stesso.

— Eh via! Sono troppo innanzi nel cammino per fermarmi..... E lo potrei d'altronde?.... Sono preso fra i rocchetti d'una macchina ch'io guido bensì, ma di cui sono schiavo insieme. Il giorno ch'io mi arrestassi o volessi ritrarmene sarei inevitabilmente schiacciato.