Le sue sopracciglia si aggrottarono un momento in fiera guisa.

— Io che voleva esser libero! Soggiunse con molta amarezza. Io che voleva dominare..... e che voglio!

Crollò le spalle e s'avviò senz'altro, con passo d'uomo che non ha esitanza di sorta, verso la specchiera che era in fondo alla camera. Si drizzò in punta di piedi, e trascelto in mezzo ai fiori scolpiti della cornice un bottoncino di rosa, cui nulla poteva far distinguere dai moltissimi altri che vi si ammassavano uniti ai fiori sbocciati, vi premette su lentamente col pollice inguantato, perchè l'azione della pelle non avesse da appannare la doratura. La specchiera girò adagio adagio sopra cardini invisibili, e lasciò scorgere un ambiente entro il muro in cui s'apriva nel suolo una scala a chiocciola che s'affondava tenebrosamente al di sotto.

Gian-Luigi accese una lampada a cristallo chiuso che trovavasi in una nicchia entro la parete di quello stretto stanzino intermurale, poi fatto ritornare a posto la specchiera, e rimasto egli così in una oscurità profondissima, si diede a scendere rischiarandosi del raggio che mandava innanzi a sè la lampa da minatore.

Discese per l'altezza di circa dieci metri e trovossi in un vano uguale a quello da cui dall'alto partiva la scaletta; fece cadere il raggio della lucerna sopra una porta di legno afforzata da lastre di ferro, nella quale presso il muro umidiccio, chiazzato di bianco qua e là per l'efflorescenza del nitro, aprivasi un bucherello in una lastra d'ottone fortemente, non che invitiata, incastrata nel legno. Era una di quelle serrature inglesi che si dicono a pompa che impossibile lo aprirle ad ogni grimaldello, impossibile quasi il romperle e scassinarle. Gian-Luigi trasse dal taschino del panciotto un anello d'acciaio in cui erano infilate parecchie piccole chiavi, e trasceltane una, l'ebbe appena introdotta in quel bucherello della toppa che la porta si aprì chetamente senza fare il menomo rumore. Un corridoio s'internava sottoterra e lasciava luccicare nella densa nebbia delle sue tenebre tratto tratto alcune fiammelle di lampa rischiaratrice che parevano chiazze sanguigne nel fondo nero di quell'oscurità. Un'aria fredda, umidiccia, pesante percoteva nel volto chi entrasse e gli si aggravava sulle spalle come un mantello di gelo che lo vestisse. Un silenzio sepolcrale ammoniva chi camminasse per quell'ombre visibili esser egli separato dal mondo dei viventi come se rinchiuso nella tomba. Qualche goccia di acqua infiltrata rompeva soltanto quella mutezza cascando tratto tratto con lieve rumore sul suolo. Gian-Luigi si avviluppò di meglio nel suo mantello e serrato anche qui alle sue spalle l'uscio pesante camminò innanzi di buon passo e coll'andatura di uomo pratico dei luoghi e della via.

A seconda che avanzava, il terreno che saliva si faceva più asciutto, e l'aria più libera e più mossa. Giunse così dopo un centinaio di passi ad una rotonda tutto murata, di cui il pavimento era composto di lastre irregolari di pietra e nella quale dall'alto pioveva per parecchi forami un po' di luce diurna ed aria esteriore. In quella rotonda facevano capo due altre gallerie cieche, uguali a quella che Gian-Luigi aveva allor allora percorso venendo dalla sua casina; di questi altri due condotti sotterranei uno metteva alla taverna di Pelone, l'altro alla retrobottega di quel Baciccia che abbiamo udito menzionare dal medichino, il quale la faceva da ferravecchi e mercante di mobili usati. Questi tre tunnels correvano sotto l'ammonticchiamento di quelle casaccie che ho detto, sino al centro di quell'isolato vasto e compatto dove quella rotonda trovavasi sotto un cortile interno il quale raramente o non mai veniva visitato da persona che non vi abitasse; e gli abitanti di quella miserrima casa erano la feccia morale e materiale della popolazione.

Ma la rotonda di cui ho detto, non era mica la meta dei passi di Gian-Luigi. Essa non era che il vestibolo del luogo a cui era diretto. Un uscio forte e grosso come quell'altro che era a capo del corridoio sotterraneo, apriva i due suoi battenti sopra uno scalino che lo rialzava dall'umidità del suolo, su cui traverso i fori della vôlta era caduta e cadeva un po' di neve che veniva liquefacendosi tosto. Gian-Luigi trascelse un'altra di quelle chiavettine che aveva radunate a mazzo in quell'anello d'acciaio, cui l'abbiamo già visto trarre dal taschino del suo panciotto, ed aprì colla medesima guisa anche questo uscio.

Al di là di esso continuavasi a salire per cinque altri gradini, che si seguivano in un andito ascendente, accuratamente murato, colla calce lisciata e scialbata. Più asciutto si faceva l'ambiente, un'aria più pura si respirava; piccole aperture a mo' di feritoie, aperte qua e colà con arte che le dissimulava, servivano da sfiatatoi e facevano penetrare un certo dubbio chiarore crepuscolare, come servivano a rinnovar l'aria.

Gian-Luigi aveva già chiuso alle sue spalle anche quest'uscio della scala, quando, ravvisatosi, tornò ad aprirlo e lo lasciò rabbattuto. Poi salì i gradini; depose la lanterna sopra una panca che trovavasi in una specie d'anticamera in cui metteva la scaletta, e sospinse un uscio che trovò aperto innanzi a sè.

Entrò in una vasta cameraccia, aerata ancor essa, come la gabbia della scala e l'anticamera, mercè que' certi sfiatatoi che ho detto, i quali non bastando a gran pezza ad illuminarla, era mestieri di una lampada, che pendeva dalla vôlta continuamente accesa a rischiarare l'infinita, confusa, enorme, varietà di oggetti d'ogni fatta che facevano ingombro colà dentro, non lasciando libero di quell'ampio stanzone che uno spazio di circa due metri in metà.