Ogni cosa qualunque che possiate immaginare di quelle che servono all'uso dell'uomo, avreste potuto colà rinvenire: armi e vestiario, mobili ed utensili da lavoro, arnesi di cucina e suppellettili eleganti da salotto signorile, materassi e biancherie, quadri, bronzi e strumenti musicali, stoffe, tappeti, stipi, casse di ferro e stoviglie, oriuoli a pendolo e da tasca, gioiellerie, e cenci e cordami, perfino libri e quaderni di musica, perfino crocifissi e statue di Madonne di varia materia e lavoro, candelieri, vasi da chiesa, paramenta da altare e da sacerdote celebrante, argenteria da tavola, tabacchiere di preziosi metalli, decorazioni cavalleresche, bottiglie di vino, parrucche, barbe posticcie, pali di ferro, martelli, tanaglie, ascie, le più ignobili come le più sontuose cose del mondo. Se il signor Bancone, quel ricco banchiere che due notti innanzi era stato derubato, avesse mai potuto penetrare colà dentro, avrebbe riconosciuta la principale delle sue casse di ferro, nella forza e nel segreto congegno dei serrami della quale tanto confidava, rotta e sventrata giacente in un angolo.

A ragione questo celato riparo l'avevano battezzato col nome di Cafarnao. Ma aimè su molti di quegli oggetti — orrida vista! — c'erano macchie di sangue.....

Gian-Luigi s'inoltrò fra quel pandemonio e venne presso ad una tavola che stava nello spazio lasciato vuoto in metà. Su quella, al di sopra di una delle gambe che la reggevano, vedevasi un anelluccio attaccato ad un tondello di ottone; il medichino prese quest'anello e tirò su con forza un'asticina di ferro che entrava nella tavola, e la quale, per mezzo d'un filo metallico, metteva in moto nella bettola di Pelone un martello nascosto che batteva dei colpi contro l'interno della parete dietro il banco del taverniere medesimo. Diede tre strappate ad un piccolo intervallo l'una dall'altra, poi levatosi il cappello ed il ferraiuolo, fece per gettare l'uno e l'altro sopra un viluppo di materassi e di balle di lana che era alla sua destra. Ma là, sopra quell'ammasso di cui s'era fatto un comodo giaciglio, stava lungo e disteso un omiciattolo colla faccia sottile, col naso appuntato, il quale aveva aperto un occhio per guardare il medichino; un occhio vivo, irrequieto, malizioso, ironico ed impertinente.

— Sei tu, Graffigna? Disse Gian-Luigi deponendo altrove il mantello ed il cappello. Che cosa fai tu costì?

Graffigna tirò giù lentamente le gambe, l'una dopo l'altra, si drizzò in piedi, e rimanendo appoggiato allo stramazzo su cui poco prima giaceva, rispose colla sua voce esile da falsetto, che strideva come l'unghia d'un avaro sopra lastra di vetro:

— Dormivo. Si lavora tutta la notte di santa ragione da quel bravo Graffigna che si è, e un po' di riposo lungo il giorno vi ristora un uomo come una scodella di brodo con dentrovi un mezzetto di barbèra. Qui poi si può dormir tranquilli senza la paura della zampa del gatto. Pur tuttavia sono così avvezzo a non dormire che d'un occhio, che l'ho sentita venire, sor medichino.... ed ecco l'affare!

— Va bene... Non voglio disturbarti... Sta pure sdraiato a tua posta.

— La mi burla!... Conosciamo i nostri doveri verso i superiori, che diavolo!... La disciplina o che il boia m'impicchi... Non esco di lì, io... Ed a meno che Ella me ne dia espressamente l'ordine...

— Sì, proruppe il medichino con qualche impazienza. Sdraiati, ascolta soltanto due parole che ti ho da dire, e poi russa pure come quel maiale di Stracciaferro che allorchè dorme qui dentro fa tremar le vôlte.

Graffigna allungò di nuovo chetamente il suo corpo mingherlino e disse con voce più sottile che mai: