Mandò un sospiro di profondo rimpianto.

— Quella è stata una perdita!... Non l'abbiamo mai più potuto rimpiazzare a dovere, e gli è gran danno alla nostra associazione. Ora mi dice Marcaccio che quel suo amico Andrea, frequentatore ancor esso della bettola di Pelone, è l'uomo fatto apposta, che un più abile e destro di lui in tal mestiere non è da trovarsi in Torino, e che non ci sarebbe segreto di serratura che a lui non bastasse l'animo d'indovinare. Sinora gli è ancora irretito da qualche scrupolo di quella che chiamano onestà, ma le parole di Marcaccio cominciano a scuoterlo, e la miseria che gli monta sui talloni lo caccia verso di noi. Fra pochi giorni l'avremo nelle nostre file; egli fabbricherà bravamente le false chiavi che andranno chete chete come olio, ed ecco messo il becco all'oca.

Quando Graffigna si fu taciuto, successe un silenzio di qualche minuto. Gian-Luigi pareva assorto in tutt'altri pensieri che quelli onde lo aveva intrattenuto il suo tristo compagno. Ad un tratto però, sollevò il capo che aveva tenuto basso sino allora e disse come parlando a se stesso:

— Nariccia se lo merita. Spogliarlo, lui, non è che pretta giustizia.

— Certo! Esclamò Graffigna.

— La sua ricchezza è infame, infamemente acquistata.

— Infamissima.

— Mille volte è più scellerato di noi, egli che sgozza i poveri coll'usura ed assassina le famiglie colla miseria.

— Eh! noi siamo angeli in paragone.

— Di quante lagrime non è fatto il suo oro! Di quante brutture non è sporco!...