Per ultimo Gognino contò l'affare del bottone, come un episodio senza nessuna importanza; ma non lo giudicò tale la Gattona, che parve invece molto interessarsene.

— Che? Davvero? Tu l'hai proprio visto bene?

— Sì.

— Ed è proprio uguale a quello che tengo io?

— Precisamente.

— Questa è strana! Un simile oggetto in suo potere, e quel nome di Maurilio... Oh bisogna che io glie ne parli subito subito a Padre Bonaventura.

E recossi diffatti senza indugio in sacristia a far chiedere del frate, col quale ebbe un lungo e segretissimo colloquio, a cui noi non assisteremo per seguitare invece il povero Maurilio innanzi al Commissario, un debole passero negli artigli d'un girifalco.

Il commissario Tofi era d'un umore feroce; aveva bisogno di qualche agnellino di suddito senz'autorità, da mettere sotto i suoi denti da lupo di poliziotto. I dialoghi che aveva avuti con Benda e con Selva l'avevano profondamente irritato. Benda aveva mostrato della dignità, Selva un'audacia d'indignazione che era tornata al bravo sor Commissario insopportabilmente temeraria. Le sue minaccie e le sue prepotenze si erano spuntate contro il fermo viso di due giovani che non avevano paura: egli era arrabbiato come un attore a cui è mancato il successo. Ah! se gli si fosse presentata l'occasione di ricattarsene! La sua buona sorte glie la menò innanzi, quest'occasione, colla povera figura impaurita del povero Maurilio.

Pel signor Tofi tutta l'umanità si divideva in tre categorie: la prima quella che bisognava rispettare: i nobili, i preti, i militari e gli alti impiegati dello Stato; per costoro consentiva a piegare la sua rigida persona, li trattava col lustrissimo e ringuainava innanzi a loro le sue villanie; l'ultima invece era quella della gente da nulla, dei maltrattabili e strapazzabili a talento, a cui poteva dare del tu e del voi a seconda, chiamarli canaglia, e mettere i pugni sotto il naso; innanzi a costoro egli sfolgorava in tutta l'imponenza della sua terribilità, e faceva sulle curve cervici rombare il tuono delle sue minaccie di forca e di galera. Fra queste due classi tramezzava una terza, a suo senno, ibrida e spuria, che non aveva l'autorità della prima nè la umiltà e la malleabilità della terza, che non poteva imporre il rispetto e pur si ribellava ai sergozzoni morali e fisici dell'arbitrio poliziesco; la borghesia in una parola, cui il commissario Tofi odiava appunto con tutto l'animo, perchè non aveva da temerla, e non poteva vedersela così rassegnata come avrebbe voluto all'onore che il Governo le faceva di calpestarla, ed egli di svillaneggiarla all'occorrenza.

In fondo, in fondo, la sua predilezione era per l'ultima di quelle tre classi — la plebe — verso cui pure egli si dava il gusto di una vera orgia di prepotenze. E questa era una appunto delle ragioni della sua preferenza. Un povero plebeo egli lo poteva fare arrestare, spaventare, maltrattare, tenere un po' di giorni a pane ed acqua nei fossi del Palazzo Madama, poi mandarlo con Dio, senza che alcuno si pensasse mai di muoverne il menomo richiamo; e il poveretto liberato veniva ancora a ringraziare il Commissario, che lo congedava fieramente accigliato con un'ultima benedizione di tremende minaccie. Oltre ciò, egli, il Commissario, usciva da quella classe, e nelle sue vene gli era il sangue plebeo che animava la sua popolana prepotenza; l'influsso della razza esercitava il suo effetto su ciò che potevano dirsi le sue affezioni. Dalla olimpica schiatta dei potenti e dei superiori non era stato che, durante la sua carriera, Tofi non ricevesse qualche ingiustizia e qualche sopruso; ei si curvava innanzi a tutto; la sua devozione monarchica e governativa non n'era punto sminuita, ma che non restasse nulla nulla in lui di amarezza, sarebbe stato un pretender troppo.