Cogli straccioni poi la sua villania era piena di franchezza e di libertà, frammista qualche volta ad una famigliarità confidente, quasi affettuosa. Preferiva d'aver da fare con un ladro da trivio o con un assassino di strade che colla superbia pervicace d'un avvocato liberale. Un buon delitto, ben combinato, egli lo trovava interessante; le opinioni di chi avrebbe voluto essere governato diversamente, non le comprendeva e giudicava qualche cosa d'assurdo e di perfido.

Appena gli fu condotto innanzi Maurilio, il Commissario stimò che questi era precisamente della razza degli umili, a cui monsignore il lupo en les croquant fa un insigne onore, e il suo animo irritato ne provò un intimo soddisfacimento. Tofi passeggiava secondo il solito in lungo e in largo per la stanza in cui l'abbiamo visto interrogare Francesco Benda; aveva sempre il suo cappellone piantato fin sugli occhi e le manaccie affondate nelle grosse tasche del suo lungo soprabito; le sue folte sopracciglia si toccavano e facevano una riga sola al di sopra delle sue pupille feroci, tanto era aggrottata la fronte; le linee della bocca parevano un arco teso per saettare la minaccia.

Allo sdegno suscitato nel Commissario dalla risolutezza di Benda e di Selva, s'aggiungeva quello che gli cagionò la novella non essersi potuto trovare in nessun luogo quel tale Medoro Bigonci. Tofi aveva davvero bisogno di uno sfogo. Esaminò un istante la faccia turbata e i panni logori del giovane, e seppe che cosa pensare sul conto di lui. Lo trattò in conseguenza; e la fiera severità del Commissario si ripercoteva sulle faccie burbere dei carabinieri che accompagnavano Maurilio, sul muso sbarbato dello scrivano seduto al tavolino. L'arrestato non vedeva intorno a sè che espressioni di condanna, presagi per lui della peggior sorte. Tofi lo sottopose ad una vera tortura morale colle minaccie d'una prigionia perpetua e peggio; e l'animo del giovane, per quanto gli era successo quella mattina, era così sconvolto che avrebbe forse lasciato sfuggire il capitale segreto, quando per fortuna si venne a chiamare il Commissario da parte del conte Barranchi, il quale ordinava si recasse da lui senza il menomo indugio.

Tofi comandò che Maurilio fosse rinchiuso in una delle carceri del medesimo Palazzo Madama e s'affrettò di ubbidire al cenno del capo supremo della Polizia.

Maurilio fu tratto in una delle stanze sotterranee del castello; ma colà dentro udì suonare una voce amica, una mano benevola si porse verso di lui, ed egli si trovò fra le braccia di Giovanni Selva. La sua anima, subitamente riconfortata, al contatto di quell'indole coraggiosa e forte era salva da ogni pericolo di debolezza e di viltà.

CAPITOLO XIV.

Mario Tiburzio, introdotto, come abbiamo visto, nello stanzino sotterraneo cogli occhi fasciati, aveva udito il susurrio di parole sommessamente scambiate, poi il rumore di passi che s'allontanavano e quello d'un uscio che si richiudeva, quindi una voce giovanile e risoluta, la voce di Luigi Quercia, dirgli:

— Levatevi la benda.

Egli così aveva fatto, e s'era trovato in quella cameretta dove il medichino lo aveva già introdotto altre volte colle medesime precauzioni egli stesso. Il luogo era illuminato da una lampada posta sopra la scrivania a cui sedeva Gian-Luigi. Mario sedette sopra una seggiola posta vicino alla scrivania medesima cui Quercia gli additò con cenno da gentiluomo che riceve nel suo salotto; ed appoggiato il braccio alla tavola chinò il corpo innanzi verso il suo compagno, fissando i suoi occhi in quelli di lui. Per un osservatore era degno di nota l'esaminare quelle due teste giovanili con espressione risoluta, audace, ardente, in cui appariva la forza di due robusti voleri, l'intensità di due accese passioni, il concentramento in un'opera delle migliori doti che all'animo ed all'ingegno dell'uomo accordar possa la natura. Ma le passioni che dominavano questi due uomini com'erano diverse e l'una dall'altra distante! In Mario Tiburzio era quella nobilissima dell'amore della patria, in Luigi Quercia era una smodata ambizione di vanità personale, era una sregolata smania di possedere tutti i piaceri terreni. Quella si era messa e si metteva in urto contro le leggi della tirannia, ma esercitando le più nobili virtù del cuore, il sacrificio di sè, il coraggio disinteressato, l'amore dei nostri simili; la scellerata passione del capo supremo della cocca lo faceva infrangere ogni legge di giustizia sociale e di umanità per cercare soddisfazione ad empi istinti con iniqui fatti. Questa differenza fondamentale si manifestava spiccatamente allora appunto che, sovreccitate da qualche circostanza, quelle passioni stampavano sulla fisionomia dei due giovani la loro impronta. La nobile figura di Mario s'illuminava, direi quasi, d'una luce superiore, ed impossibile vederla senza rimanerne ammirati: la bellezza di Gian-Luigi invece, per quanta essa fosse, si deturpava in quei momenti per una trista, feroce espressione, di cui carattere principale era quella ruga che veniva a solcargli la pallida fronte.

Or dunque stettero un poco guardandosi i due giovani senz'altro, come studiando ciascuno fra sè a cui toccasse parlar primo; poscia Quercia trasse di tasca il suo elegante astuccio di sigari, ed apertolo ne offerse a Tiburzio; questi prese un avana e lo fece accendersi sopra il tubo di vetro della lampada; il medichino scelse colla solita cura un sigaro per sè, richiuse e ripose in tasca l'astuccio ed accese a sua volta il sigaro alla lampada. Per alcuni istanti ancora e l'uno e l'altro parvero occupati unicamente di fumare con voluttà i loro sigari eccellenti che profumavano l'aere dell'odore finissimo del più squisito tabacco del mondo: poscia Mario si decise a parlare esso per il primo.