— La vostra chiamata, signor Quercia, diss'egli, venne per me questa mattina più opportuna che mai. Io stava appunto cercando il modo di avere sollecitamente un colloquio con voi, perchè ho gravi novelle ad apprendervi, gravi comunicazioni da farvi e gravissime cose onde richiedervi. E tutto ciò colla massima premura. Pel vostro biglietto ho arguito che voi pure aveste cose d'assai rilievo da dirmi.

Gian-Luigi accennò col capo che così era veramente.

— A voi il decidere, continuava Mario, se volete parlare od ascoltar primo.

Il medichino abbassò con atto di elegante cortesia la sua destra aristocratica verso il suo interlocutore, e disse con avvenevole grazia:

— Parlate voi, vi prego.

Mario appoggiò alla scrivania tutti e due i gomiti e posando il mento sopra le sue mani insieme intrecciate, cominciò con tutta semplicità:

— Abbiamo deciso ieri sera di dar fuoco alla mina. Questa mattina medesima, per mezzi sicurissimi, sono partiti i cenni agli altri centri d'insurrezione. Ad un giorno posto la striscia di polvere s'incendierà producendo dappertutto lo scoppio.

— Se le polveri non si troveranno qua o colà e fors'anco in ogni dove bagnate: disse sorridendo Gian-Luigi.

— No: proruppe con forza Mario Tiburzio. Siamo sicuri de' nostri congiurati.

— Ah! non bisogna mai essere sicuri degli uomini, se non si è saputo destarne l'interesse. Tutti codestoro su cui contate, hanno eglino interesse preciso e sufficiente per affrontare le forche in nome dell'Italia?