— La rivoluzione comincierà domenica sera, e sarò io che dal palco scenico del Teatro Regio, a metà dello spettacolo ne darò il segnale.

Luigi Quercia si appoggiò ancor esso con tutte due le braccia alla scrivania ed appressò maggiormente il suo capo a quello di Mario.

— Oh come? Domandò egli con molto interesse.

E Tiburzio continuando colla medesima semplicità con cui avrebbe parlato delle cose le più indifferenti del mondo:

— Lungo il giorno molti congiurati verranno in città ad accrescer le file; la sera saranno raccolti alle varie porte in armi per precipitarsi e sorprendere tutti i corpi di guardia, appena scocchino le ore nove, che è il momento fissato; due schiere più numerose assaliranno le due caserme e facilmente se ne impadroniranno, poichè quella sera saranno deserte di soldati, ai quali per la ragione che è l'ultima domenica di carnovale sarà concessa licenza fino alle ore dieci.

— È giusto.

— E nelle caserme piglieremo subito buon numero d'armi e alquanto di munizioni da guerra. Nello stesso momento una schiera di più risoluti invaderà in quella medesima guisa l'arsenale, dove non abbiamo da temer resistenza. Quando gli artiglieri verranno per rientrare, troveranno le porte chiuse e i nostri in sulla difesa. I cannoni non potranno così tuonare contro gl'insorti.

— E la cittadella?

— Ancor essa si tenterà di sorprendere in ugual modo; ma quand'anche non ci si riesca, la cittadella potrà far poco a nostro danno, perchè la maggior parte dei soldati sarà in giro per la città, e sarà agevol cosa lo averli prigioni, od almeno lo impedir loro di raccogliersi dietro i bastioni della rocca. Mi pare che in un istante noi abbiamo da essere padroni della città; siccome le stesse probabilità ci sono per le altre sommosse che in pari tempo scoppieranno nelle località principali, così puossi avere fondata speranza che in quella sera la rivoluzione trionfi per tutta Italia. Ma bisogna pensare anche al domani, bisogna pensare anche al caso di qualche insuccesso parziale.... — Se l'insuccesso è generale, allora noi rechiamo la nostra testa in mano al boia, e non ce n'è più da discorrere. — La tirannia, se le si lascia il capo, tenterà la sua rivincita, e siccome ha tanti mezzi in suo potere, potrà riuscire alla guerra civile, indebolirà, se non altro, colla lotta interna la nazione in faccia dell'Austria quando questa possa intervenire; occorre quindi togliere a quest'idra della tirannia le sue molteplici teste. Voi avete già capito quali sieno queste teste: sono i regnanti d'Italia: re, granduchi, duchi, principi e principini. La parte più importante del nostro disegno, quella in cui abbiamo posta la maggior cura e pogniamo la maggiore speranza di buon esito, consiste nell'impadronirsi quella sera medesima, non che delle persone dei singoli regnanti, ma di tutte le loro famiglie.

— Cospetto! Esclamò Gian-Luigi. Questo sarebbe daddovero un bel colpo!