Raccontò le scene a cui aveva assistito quella mattina, come avesse arguito che quei giovani dovessero aver parte nell'impresa ch'egli sapeva iniziata da Mario, e fosse stato chiaro di ciò dalla risposta che Giovanni Selva aveva data alla interrogazione da lui mossagliene in fretta nel momento della irruzione degli operai nella sala della famiglia Benda.
Gli avvenuti arresti, soggiunse, potevan essere o l'effetto di dubbi senza fondamento soltanto, ed allora non avevano altro danno che di togliere all'opera due complici, od erano cagionati da qualche positiva conoscenza della congiura, ed allora era gravissimo il caso: nell'una e nell'altra supposizione egli domandava a Mario che cosa avrebbe determinato di fare.
Tiburzio tornò ad appoggiare i gomiti alla scrivania, riaccostando il suo al volto del medichino.
— Prima di tutto ho bisogno di sapere esattamente da quali ragioni sieno stati determinati questi arresti.
Fece una pausa, come attendendo dall'interlocutore risposta. Gian-Luigi non si mosse.
— Se la congiura non è conosciuta, l'arresto di Selva e di Benda sarà pur sempre un danno grave, perchè essi sono due de' più risoluti capi e che abbiano una parte principale nell'impresa. Converrebbe adunque tentar di tutto per liberarneli.
Nuova pausa di Tiburzio; nuovo silenzio di Quercia che parve tutto preso dall'attenzione con cui fumava l'ultimo pezzo del suo sigaro.
— Se poi la congiura è davvero scoperta in tal caso...
Mario s'interruppe e fece un cenno di eroica rassegnazione che voleva significare: «Allora ci tocca morire ed io son pronto.»
Quercia disse allora: