Un quarto d'ora più tardi, Jacob, uscito dalla bettola di Pelone, rientrava a casa sua; e Gian-Luigi, venuto fuori per la casina del viale, s'affrettava verso il palazzo Langosco. Seguitiamo per ora il vecchio israelita nel suo quartiere entro la parte più sporca del lurido ghetto, e colà conosceremo la bella Ester, di cui il biglietto scritto a Gian-Luigi già ci apprese la colpa e la sventura.

CAPITOLO XV.

Jacob Arom camminava più lesto che potesse coi suoi passetti corti, facendosi riparare la neve che continuava a cadere dalla sua ombrella di cotone che non aveva più nissun colore. Una maligna gioia raggiava dal suo sguardo, e la preoccupazione del suo animo era tanta ch'egli dimenticava di mandare per le strade il solito grido di nen da vend. Giunto a quel grande agglomerato di case che forma il ghetto, penetrò nel più interno cortile, dove l'apparenza della maggior miseria si univa colla realtà della massima sporcizia a ferire la vista, l'odorato ed anche l'animo di qualunque estraneo vi si intromettesse. Era un quadrato di muraglie che conteneva un immondezzaio: spazzature, ossa rosicchiate, avanzi di erbaggi marci, gusci d'uova, torsoli e cocci rotti. La neve pareva disdegnare di coprire col suo mantello bianco tanto sudiciume, e fondendosi lo accresceva colla melma del terreno nemmanco selciato. Su questo marciume s'aprivano a pian terreno parecchie porticine con imposte d'usci forti, grosse e chiovate di ferro, e ai piani superiori alcune finestre difese da robuste inferriate a inginocchiatoio. Non si vedeva anima viva colà dentro; nissun naso d'inquilino compariva fra le barre di quelle inferriate, nissun occhio curioso di donna brillava in mezzo alle tendoline affumicate e impolverate delle varie finestre dietro i cristalli poco meno che opachi per la lunga mancanza di lavatura. Avreste detto quel luogo affatto deserto, se non ci avessero suonato gli strilli di qualche bambino piangente e il miagolare di qualche gatto affamato.

Il nostro vecchio ebreo andò ad una di quelle porticine che ho detto, la quale introduceva a casa sua, e ci picchiò dentro col pugno. Egli non usava mai portar seco la chiave di casa, perchè poteva esservi il pericolo di perderla o che gli venisse sottratta. Dopo un poco s'apri un finestruolo al di sopra della porta e vi comparve la faccia d'una vecchia degna d'esser compagna alla faccia di Jacob, degna di trovarsi in mezzo a quel lurido luogo.

— Chi è? Domandò la vecchia con voce tremolante e nasale.

Jacob tirò giù l'ombrella e levò in alto il suo becco da uccello di rapina.

— Apri. Debora, sono io.

— Vengo subito: rispose la vecchia ritraendosi dal finestrino e richiudendo l'invetrata.

Questo subito, però, si protrasse oltre a cinque minuti, così che il padrone di casa, impaziente, tornò a rinnovare la sua picchiata nell'uscio.

— Eccomi, eccomi: disse la vecchia Debora facendo scorrere i catenacci e stridere la serratura che assicuravano le imposte e mostrando finalmente il suo volto scarno fra i battenti, aperti tanto appena che una persona potesse passare.