— Debora, se mai viene qualcheduno a picchiare non ti muovere: guarderò io chi sia.

E chiuse accuratamente la botola. Poi si guardò dintorno come per timore che tuttavia fossevi alcuno sguardo che lo potesse vedere; aggiustò le sporche cortine alle finestre, prima della sua, poi della camera di Ester, affine di ripararsi di meglio da ogni occhio profano, e camminò sollecito verso lo spento focolare del camino che si vedeva da infinito tempo non aver avuto attinenza più nè con le bragie, nè con la fiamma; mise la mano su della cappa e tastando vi trovò nella muraglia un'apertura entro cui prese quattro chiavi legate insieme da uno spago. Andò con esse all'armadio e colla più piccola ne aprì lo spesso battente, di dentro fasciato di ferro; le tre altre aprirono la cassa di ferro le cui serrature non cedevano che a chi ne conoscesse il segreto. La cassa dividevasi in quattro scompartimenti: uno conteneva le monete d'oro, l'altro quelle d'argento, il terzo gli spiccioli di rame ed erosomisti, il quarto era occupato da carte di valore e da oggetti preziosi. Quando quegli scompartimenti, che pure erano capacissimi, si trovavano ingombri di troppo, Jacob allontanava di casa Debora con un pretesto qualunque, ed aiutato da Ester portava una buona parte di quei valori a congiungersi cogli altri che li avevano preceduti in cantina.

Egli aprì dunque la cassa e stette un momento a contemplare con occhio soddisfatto la vista per lui gradevolissima di tutti quei sacchetti bene ordinati, ben legati, colla sua scritterella ciascuno. Trasse dal fondo delle lunghe tasche dei suoi calzoni una borsa di pelle sudicia da fare schifo e ne versò il contenuto sopra un tavolino da lavoro lì presso. Era il guadagno che gli avevano fruttato certe ultime operazioni fatte in società col bettoliere Pelone, col quale quella mattina avevano aggiustati i conti. Tre napoleoni d'oro luccicavano in mezzo ad una dozzina di scudi d'argento. Arom pose da una parte le monete d'oro, dall'altra gli scudi; poi dalle tasche del suo panciotto trasse una manciata di soldini e soldoni e di monete erosomiste da 40 e da 20 centesimi, quelle che da poco tempo soltanto furono tolte dal pubblico mercato. Separò le une dalle altre monete, le contò tutte, fece mentalmente i suoi calcoli, e parve più contento di prima.

— Sia ringraziato l'Eterno! Diss'egli. La sua mano benedice il mio traffico e non mai volsero così prospere le mie cose.

Diede un'occhiata all'ammasso di sacchetti che riempiva la cassa, e se li mostrò a sè stesso con un gesto di compiacenza.

— Ecco lì! C'è tanto denaro da comprare la coscienza e l'onore di migliaia e di migliaia di cristiani; ce n'è tanto da farmi strisciare dinanzi il più superbo di essi. Certo che sì. Dov'io dicessi: adoratemi e quelle ricchezze sono vostre, quale di quei codardi arroganti si rimarrebbe dal gettarsi in ginocchio ai piedi del vecchio ebreo che disprezzano?.... Ma io li disprezzo tutti più che essi non facciano di me. Non darei un centesimo per avere la loro stima, razza di vipere. Il debole e schernito giudeo ha quanto basta da pagare financo la bellezza delle loro donne; in questa umiltà, in questa vergogna, c'è una ricchezza a cui agognano invano; molti di loro io tengo afferrati nel mio artiglio, e li scuoto, e li torturo a mio talento; e ciò mi basta!

Mandò uno di quei suoi rifiati che trammezzavano fra il sospiro ed il gemito, e stette un poco immobile a capo chino, come se assaporasse fra sè la dolcezza delle idee che aveva rideste colle pronunciate parole.

— Gustoso in vero è il piacere della vendetta: riprese egli dopo un istante. Io me lo regalo a piccoli sorsi; e i figliuoli di famiglia scapestrati, e i padri giuocatori o libertini, e i ladri della cocca, sono quelli che me lo forniscono. Meglio certo se potessi inebriarmi in una compiuta rovina dei nemici della mia razza. Il medichino me lo promette; ma mi promette una cosa impossibile. E poi, vincessero ben anco i miserabili, sono ancor essi cristiani!.... Ciò nulla meno lo aiuterò molto volentieri. Sarà pur sempre tanto di male arrecato a quella gente..... e il rimborso dei miei denari (soggiunse con un sogghigno pieno di malizia) mi sarà assicurato dalla firma della contessa di Staffarda.

— Ah ah quel medichino (continuava egli con una certa ammirazione) è davvero un essere meraviglioso, ed io lo aveva fin dalle prime giudicato a dovere. Che audacia di concepimenti! che prepotenza di volontà! che coraggio di propositi! Ha una impudente ambizione ed un arrogante orgoglio come non vidi mai gli uguali. Di certo egli finirà per soccombere; ma meriterebbe trionfare. In lui riconosco una vera grandezza, una vera superiorità che me ne impone... Ah! s'egli fosse nato di stirpe giudea!... Se in beneficio del riscatto del popolo d'Israele egli quindi mettesse le potenti qualità del suo animo e del suo ingegno, come lo obbedirei, come lo amerei! Lo amerei come un figlio, l'obbedirei come l'atteso Messia del sangue di David.

Si coprì colle scarne mani la faccia e stette un istante pensoso; poi si riscosse e passandosi la destra sulla fronte bassa ma quadrata, disse a se stesso quasi rampognando: