Dieci minuti dopo la carrozza era pronta, e la contessa di Staffarda, vestitasi in tutta fretta, si faceva condurre al palazzo del barone La Cappa.
Gian-Luigi intanto, colle buste dei diamanti avuti da Candida, dirigevasi verso l'alloggio di messer Nariccia.
L'illustrissimo signor barone Anatolio La Cappa aveva comperato lo stupendo palazzo monumentale dell'antica famiglia — ora estinta — dei conti De Meyrat, e l'aveva fatto ristaurare a nuovo, e rindorare, come si suol dire, su tutte le costure. Nel frontone del palazzo, in luogo di quello della stirpe savoina che prima lo aveva posseduto, si pavoneggiava, alto di due metri, lo stemma inventato da qualche araldista nel 1814 per l'illustre prosapia dei La Cappa, sormontato dalla corona baronale; nella traversa su cui si rabbattevano le due larghe imposte del portone da via, di legno riccamente scolpito, brillava nella sua fresca indoratura il blasone dei La Cappa con sopravi la sua brava corona da barone; le colonne di pietra del Malanaggio che sostenevano la vôlta dell'atrio, erano ornate a metà dall'inevitabile corona baronale, sotto cui pendeva lo stemma; nei pilastrini della balaustra di marmo che accompagnava la scala, facevano bella mostra di sè altrettanti blasoncini colla corona baronale ancor essi; questa eterna corona e questo eterno blasone la sfoggiavano sulle livree gallonate dei domestici, sulle cassapanche dell'anticamera, sulle spalliere scolpite delle seggiole nella camera da pranzo, su quelle indorate delle poltroncine nella sala di ricevimento, sulle cornici dei quadri nella famosa galleria degli antenati comperati dal rigattiere, sulle tappezzerie delle muraglie, sulle biancherie da tavola, sulle argenterie d'ogni fatta e sul collare del can griffone, delizia ed oramai unica compagnia in quel vasto palazzo del signor barone.
In mezzo a tutti questi stemmi il padre della contessa di Staffarda, ricco di denari e di superbia, s'annoiava tremendamente col titolo, il grado e la pensione di riposo d'intendente generale — che oggi direbbesi prefetto. A fare un po' di variazione alla noia arrivavano di quando in quando i dolori della gotta, cui un tempo così efficacemente giovava ad allenire la presenza della figliuola. Le chiacchere serali al caffè Fiorio, le visite al suo eccellentissimo amico il Governatore, la partita a whist nel club dei nobili, la lettura della Gazzetta Ufficiale occupavano alcune ore della giornata del signor barone; il resto lo possedeva padrone assoluto — meno nel tempo de' pasti — lo sbadiglio.
Mai non vi fu uomo che più felicemente giungesse al compimento de' suoi desiderii, e che dopo ciò fosse più profondamente stufo ed annoiato. La sua ambizione era giunta ad uno dei primi gradi nelle dignità amministrative: la sua vanità era soddisfatta di un grandissimo numero di croci che gli decoravano il petto: il suo amore della ricchezza aveva visto raddoppiarsi il vistoso patrimonio lasciatogli dal padre; la sua smania di aristocrazia andava soddisfatta per vedere imbrancata alla nobilissima e storica famiglia dei Langosco di Staffarda la sua unica figliuola.
Eppure s'annoiava — tremendamente, profondamente, irrimediabilmente. Finchè Candida era rimasta con lui, molte delle ore della sua giornata avevano una sicura piacevolezza nella compagnia che gli faceva la figliuola; la presenza di quest'essa bastava da sola a spandere un non so che di aggradevole nei vasti ambienti del vasto palazzo; la vita del padre pareva avere in lei incarnato dinanzi lo scopo e la occupazione che le spettavano. Sparita la giovane, quel palazzo divenne silenzioso come un convento di trappisti e deserto come una rovina. Il vecchio barone s'aggirava per le sontuosità di quelle sale come un'anima in pena condannata al domicilio coatto in un luogo abbandonato. Da principio Candida ci tornava di frequente a fare splendere, in mezzo alle dorature del palazzo paterno, la sua fresca bellezza: e avreste detto che quello sfarzo pesante ne rimanesse per un poco rallegrato, come avveniva all'animo del padrone; ma la contessa di Staffarda non recò a gran pezza colà il primitivo suo buonumore di ragazza. La noia che attingeva essa stessa nel palazzo e nella convivenza maritale, la portava seco, tradotta in taciturnità dì parole, in pallidezza di guancie, in espressione di malavoglia nella fisionomia. Il padre si stancava a domandare alla figliuola: «Che cos'hai?» ed ella s'impazientava a rispondere sempre, invariabilmente: «Non ho nulla.» Poscia venne il periodo in cui Candida s'abbandonò pazzamente alla agitazione febbrile della vita mondana, faticosa per incessanti divertimenti, per vertiginoso avvicendare di toilettes e di feste. Colle giornate prese dalla sarta, dalla crestaia, dal negoziante di mode, dalla pettinatrice, fra il riposo della tarda mattina, e il ricevimento del salotto nel pomeriggio, e il teatro la sera, e poscia i balli la notte, la contessa non ebbe più tempo da recarsi da suo padre; e a non molto andare la non ci pensò più nemmanco; le sue visite al palazzo La Cappa non ebbero più altra ricorrenza che quella delle occasioni solenni.
Più tardi sopravvenne ancora la sua fatale passione, che a Candida fece obliare poco meno che il resto dell'universo. Il barone Anatolio fu più trascurato che mai. Egli non osava lamentarsene, e nemmeno dar torto fra sè alla figliuola: una contessa Langosco era al di là dell'arrivo d'ogni rimprovero; ma sentiva ogni giorno più uggiosa la solitudine in cui veniva abbandonato. Le graziosità e il dimenar della coda del suo prediletto cagnuolo non lo consolavano che mediocremente; nemmeno l'umiltà impertinente del servitorame e le corone baronali de' suoi stemmi con tanta larghezza profusi non pervenivano più a temperargli il fastidio accarezzandone la boria. Il peggio era quando quella sfacciata d'una gotta aveva la temerità di assalire le nobili giunture delle sue gambe baronali. Come allora si faceva avvertire la mancanza della mano carezzevole, della voce confortatrice, delle cure sollecite, amorose ed intelligenti della figliuola! Alle sue scampanellate colleriche, il barone non vedeva accorrere che le faccie impassibili dei domestici, i quali nel rispettoso loro contegno di servi di nobil casa mandavano il padrone ai cento mila diavoli; ai suoi lamenti e ai gridi di dolore, egli non udiva rispondere che il silenzio indifferente di chi se ne impipa.
Quel giorno adunque che la contessa aderendo alle brame di Gian-Luigi, recossi in casa del padre, fu per costui la più inaspettata e più gradevol sorpresa del mondo. Non avendo ricevuto controrisposta al suo bigliettino, egli aveva creduto che la figliuola avesse di piano rinunziato alla raccomandazione che gli aveva mandata quella mattina per lettera, e mai più non avrebbe sognato che essa medesima sarebbe venuta da lui in persona.
Quando si venne ad annunziare al barone che la carrozza della contessa era entrata nel cortile e che la contessa medesima saliva le scale, egli che sbadigliava innanzi al fuoco, studiosamente avvolto nella sua veste da camera di seta e di velluto, fece un sobbalzo sopra la sua poltrona. Si fece ripetere l'annunzio, quasi temesse di non aver ben capito; non pensò il meno del mondo ch'ella venisse per quei due borghesucci di cui gli aveva scritto alcune ore innanzi, e di cui egli non si ricordava più nemmanco; ma pensando che di questa straordinaria venuta doveva esserci uno straordinario motivo, s'affrettò a muovere incontro alla figliuola che già calpestava il ricco tappeto della sala vicina.
— Che? Sei tu per davvero, mia cara contessa! Esclamò il barone, tendendo verso sua figlia le maniche di seta lucicchianti della sua veste da camera, nelle quali si agitavano le sue braccia. Che buon vento ti mena così di mattina da me? Hai tu forse bisogno di qualche cosa?