Il domestico giunse alla fabbrica quando, non che cessata, non era neanco diminuita nella povera famiglia di Francesco la profonda emozione per l'arresto del giovane e per la fatta perquisizione. Maria, rispondendo all'affettuoso biglietto di Virginia, narrò tutto l'avvenuto e caldamente la pregò a volere adoperarsi ancor essa in favore di suo fratello. Virginia non istette a pensarci dell'altro, ma con quella lettera in mano corse nel gabinetto dello zio, il marchese di Baldissero padre.
Precediamo la nobile ragazza nello studio del signor marchese.
Era un ambiente di pochi metri quadrati; in faccia all'uscio per cui s'entrava era l'unica finestra per cui veniva illuminato: una finestra alta e larga innanzi a cui cascavano cortine di seta damascata di color tanè, e tende candidissime di rensa finissima. Presso alla finestra stava una larga scrivania sul cui piano molte carte in disordine. Tutto intorno alla parete correvano eleganti scancìe di legno d'ebano scolpito e intarsiato negli spigoli d'avorio e madreperla, chiuse da invetrate, traverso i cui tersi cristalli si vedevano schierati sui varii piani i libri adorni di legatura d'una severa eleganza. Le scancìe erano interrotte là, dove a mezzo della parete si apriva l'ampio camino adorno di mensola e di stipiti di marmo nero d'un classico disegno architettonico. Sopra il camino attraeva l'attenzione una gran croce di legno d'ebano, su cui tendeva le braccia un Cristo d'avorio, oggetto artistico di molto valore. Al di sotto di questo gran crocifisso pendevano due cornici ovali di ebano ancor esse, entro cui i busti dipinti a olio d'un uomo e di una donna colle foggie di pettinatura e di abiti della fine del secolo scorso. Erano i ritratti del padre e della madre del marchese. A dare a quella stanza un aspetto maggiore di severità, di raccoglimento, di solenne mestizia, concorreva la tappezzeria di cuoio cordovano di color tanè, fissata alla parete nelle due estremità superiore ed inferiore da una filza di borchie d'acciaio ossidato. Di legno d'ebano intarsiato, come le scancìe, nelle spalliere, erano le poltrone e le seggiole. Un grande stipo di legno uguale ed ugualmente lavorato s'innalzava innanzi al camino. Una lampada di bronzo calava dal soffitto a metà della stanza, e un soffice tappeto a lana lunga e di colore scuro copriva il pavimento.
Il marchese stava seduto innanzi al camino, in una mossa che avreste detta afflitta, sostenendo il gomito destro al bracciuolo del seggiolone e la fronte alla palma della mano. Il suo occhio guardava il fuoco che gli ardeva dinanzi fra gli alari di bronzo artisticamente lavorati, e pareva seguitare con interesse i varii guizzi della fiamma; in realtà esso seguitava le diverse immagini che passavano nella sua fantasia in una dolorosa meditazione.
Era un uomo di circa cinquant'anni, sui lineamenti del quale scorgevasi la vita non essere passata per esso senza lotte, senza emozioni e senza travagli, e l'esperienza del mondo non essere via trascorsa come acqua corrente su pietra, senza aver lasciato in quell'anima la amara dottrina delle cose terrene e la più amara conoscenza degli uomini e delle loro passioni. Una ragguardevole fisionomia la sua, nella quale i resti d'una rara avvenenza virile preparavano la imponente bellezza d'una nobile vecchiaia. Aveva il profilo caratteristico d'un cammeo romano e la guardatura speciale dell'uomo avvezzo al comando. L'espressione precipua del suo volto, con cui sempre e naturalmente si armonizzavano i suoi contegni, le mosse del suo corpo così come la voce e la sostanza delle parole, era l'espressione d'una dignità ognora presente a sè stessa. Si sarebbe potuto dire ch'egli aveva preso fin dalla sua giovinezza a sostenere una parte — la parte dell'uomo superiore agli altri uomini, ed agli avvenimenti ed alla fortuna — ma che questa parte non la sosteneva pel pubblico, ed innanzi a lui, per lasciar la maschera, quando faccia a faccia con sè solo, sì invece la aveva assunta e voleva sostenerla per sè e innanzi a sè, di guisa da sopravvegliar continuo sopra ogni sua cosa, affine di non mancarci mai, e quindi agire, volere, pensare sempre in modo coerente alla nobiltà di quel personaggio. Era un orgoglio accompagnato dal sentimento incessante d'un incessante dovere; non era una superbia cagionata da impertinente concetto di sè e disprezzo d'altrui. Era l'incarnazione di quel bellissimo motto francese: noblesse oblige.
Gli abiti onde vestiva erano mirabilmente assortiti alla severità di quel gabinetto ed alla gravità della sua figura. Un soprabito nero abbottonato alla militare sul petto avvolgeva la sua alta e ben complessa persona: pantaloni neri cascavano sui suoi piedi veramente aristocratici per piccolezza e per forma: un'alta cravatta bianca sosteneva il suo mento, non colpevole mai d'una barba da radere.
Quella mattina, in cui per la prima volta noi facciamo la personale conoscenza del marchese, era egli assorto, come già dissi, in una meditazione, che pareva dolorosa. La sera innanzi aveva appreso la condotta di suo figlio verso quel giovane borghese, cui egli stesso onorava d'un amichevole saluto, e di ciò era egli stato dolentissimo, come di cosa affatto indegna d'un vero gentiluomo e del nome del loro casato. Non aveva però voluto far parola nessuna intorno a questo argomento con suo figlio, perchè ben supponeva che un duello sarebbe intravvenuto, e credeva maggior convenienza lo aspettare a rivolgere i dovuti rimproveri al figliuolo dopo l'esito dello scontro. Era nelle sue idee che egli dovesse non darsi per inteso di nulla fino a cose compiute, perchè sapendo del duello, lo avrebbe dovuto impedire, e il concetto ch'egli aveva dell'onore lo distoglieva assolutamente dallo stornare comecchessiasi il figliuolo dal battersi.
Ma si ha bello essere tutto invasato da queste false idee di suscettività d'onore che non permettono all'ingiusto oltraggiatore di riparare all'oltraggio, e gli comandano invece di andare ad ammazzare l'uomo oltraggiato; quando si è padre non può essere con indifferenza che si passa la notte, finita la quale si sa che il proprio figliuolo si esporrà a pericolo di morte; non può essere con calma che si attendono le notizie dello scontro dal quale il proprio figlio può essere trasportato indietro cadavere. Questo basti per farci sapere quale fosse stata la notte, qual fosse attualmente la condizione dell'anima del marchese. Fra lui e il suo primogenito non correva attinenza di molto affetto, non quella fiducia e quell'abbandono che procura fra due anime compagne e degne l'una dell'altra, tanto stretto vincolo di sangue; la severa dignità del padre impacciava l'indiscreta tracotanza del figliuolo, e le sregolatezze di condotta come le impertinenze di modi in quest'ultimo, offendevano il dilicatissimo sentimento del dovere che governava l'animo del marchese. Ma ciò nulla meno spenta non era nel padre quella potente affezione che fa dell'esistenza dei figli l'esistenza dei genitori; e il suo spirito aristocratico, per quanto elevato, non andava esente da quel pregiudizio nobiliare trasmesso nel sangue traverso tante generazioni, che dava un pregio maggiore alla vita del primogenito che non a quella degli altri figliuoli. In realtà al suo cuore erano più cari i due altri suoi nati che si preparavano alle spalline da ufficiale nell'Accademia militare, e specialmente il secondogenito nel quale pareva al padre, ed era in fatto, che maggiormente rivivessero le qualità del suo animo e del suo spirito, come più esattamente si riproducevano le sembianze del viso; ma tuttavia — tanta è la potenza dei pregiudizi, anche nelle anime elette! — se il marchese fosse stato posto nel dolorosissimo caso di dover sacrificare la vita d'un suo figlio ed a lui fosse stata la scelta del capo da immolarsi, ne avrebbe avuto infranto il cuore, ma avrebbe salvato il primogenito a costo del sangue degli altri due.
Oltre ciò una ragione speciale affatto gli faceva più penosa, più paurosa l'idea del duello che doveva compiersi, che stava per aver luogo, che forse già era avvenuto; e questa ragione era una tristissima memoria d'un orribile dramma successo nella sua vita, egli attore principale. Molti e molti anni erano passati dopo quell'avvenimento: ma il ricordo erane fresco ancora nell'anima del marchese, come con raccapriccio parevagli che fresco ancora stesse sulla sua spada, perfino sulle sue mani il sangue ch'egli — uomo di anima benigna e di pietoso cuore — fatalmente aveva dovuto versare.
Ma di codesto tremendo segreto della sua vita, di cui la gente conosceva appena un'ombra, e la famiglia, val quanto dire la moglie sua, i figli e la nipote non avevano il menomo sentore: di questo segreto apprenderemo forse alcuna cosa, ascoltando il soliloquio con cui il padre del marchesino manifesta le intime sensazioni che gli si avvicendano nell'anima.