Stette egli un poco sulla soglia, e padre e figlio si guardarono un istante in silenzio. Gli occhi di Ettore si chinarono innanzi a quelli del marchese. In quello sguardo erasi compreso con meravigliosa sintesi tutto ciò che si sarebbe detto a parole, tutto ciò che era negli animi loro: di qua un'amara scontentezza, di là una pervicacia inflessibile, ravvolta nelle forme d'una subordinazione, da cui era escluso l'affetto.
Fu il figliuolo che ruppe primo il silenzio.
— Di che giovane parlò ella Virginia? Posso io domandarle, padre mio, chi si tratta di restituire alla propria famiglia?
Il marchese accennò al figlio la seggiola che aveva innanzi a sè, e da cui s'era alzata poc'anzi la nipote.
— Venite innanzi, Ettore, diss'egli, e sedete. Vi permetto giustamente la domanda che mi fate, perchè ha riguardo appunto a ciò di cui debbo parlarvi, e per cui vi ho fatto venire.
Ettore si avanzò lentamente, pose una mano sulla spalliera della seggiola che gli aveva additata suo padre, e in quell'attitudine disse con disinvoltura, prima di sedersi:
— Ah! L'ho dunque indovinata. Ella vuol parlarmi dello stranissimo incidente che mi capita. Sta bene; al momento che il suo cameriere venne a recarmi l'imbasciata, io stavo appunto per mandare da Lei a chiedere se mi avesse voluto favorire dieci minuti di colloquio.
Chi non l'avesse saputo, non avrebbe indovinato mai che padre e figlio erano que' due, al vederne i contegni, all'udirne l'accento delle parole. Il giovane sedette, prese l'atteggiamento d'un uomo sicuro d'ogni sua cosa, e continuò a dire:
— Mi permette Ella che parli io per primo?
Il marchese fece un cenno di consentimento, e disse asciuttamente: