— Parlate.

Ettore in poche parole espose a modo suo i fatti che noi conosciamo; poscia soggiunse:

— Sono corso dal generale Barranchi (e ne torno adess'adesso) per ottenerne che il signor Benda fosse posto sollecitamente in libertà. Barranchi da principio si mostrò assai disposto a contentarmi, e già era sul punto di dar gli ordini opportuni, quando ravvisatosi, mi disse che v'era una circostanza, cui non aveva di subito ricordata, e la quale impediva si ottemperasse alla mia richiesta. Questa stessa mattina, per tempo, diceva egli, il commissario Tofi erasi recato da lui a prevenirlo essere necessario procedere all'arresto di quel cotale e di parecchi altri per cagione di certe mene politiche ond'eran rei; che quindi essendo il Benda sotto la grave accusa d'un delitto di Stato, egli non poteva prendersi l'arbitrio di mandarnelo sciolto così senz'altro. Io insistetti con tutto il calore di cui sono capace. Mi restituisse almanco per ventiquattr'ore il mio avversario, e poi ne facesse quel che più gli talentava: dovermi assolutamente siffatta riparazione pel torto che mi aveva fatto, chè da gentiluomo e da buon amico, quale egli ha sempre voluto essere con noi, non avrebbe dovuto fare intravvenire la sua polizia fin dopo che fosse stata vidée fra di noi la contesa d'onore ed avrebbe dovuto ignorare assolutamente che avesse luogo il nostro duello. Gli ricordai il tempo della sua gioventù: che cosa non avrebbe fatto e detto quando era luogotenente nelle Guardie d'onore, se alcuno fosse venuto a levargliene così dinanzi l'uomo con cui doveva battersi? Che non direbbe e non farebbe anche adesso, se mai potesse trovarsi in una simile occasione? Se un disappunto uguale fosse accaduto al suo nipote San Luca, non si adoprerebbe ancor egli a far sì che in alcun modo non patisse pure un appannamento la lucentezza dell'onor suo? Insomma, perorai tanto che il conte mezzo scosso venne in questo temperamento: di mandar subito a chiamare il Commissario e di consultare con esso lui intorno a codesto; se appena appena, senza pericolo della sicurezza pubblica, dello Stato, e che so io, si potesse accondiscendere al mio desiderio, allora io non avrei preso commiato senza udire spiccato l'ordine di rilascio del Benda. Il Commissario venne sollecito[6]; e venne portando seco un fascio di libri e di carte, cui disse testè sequestrati nelle perquisizioni fatte in casa di Benda e di non so bene quali amici suoi. Da codeste carte e da codesti libri, affermò apparire più chiara che mai e più grave che non si credesse la colpa di quei signori; non potersi pensare assolutamente a nulla di simile a ciò che accennava il generale; si compiacesse quest'ultimo di gettare soltanto gli occhi sui titoli dei volumi e su alcune pagine d'un manoscritto che gli additava, e vedrebbe tosto di quale importanza fossero quegli arresti ch'egli si vantava d'aver consigliati. Il Generale guardò quei libri, fece scorrere gli occhi su quelle pagine, e vidi la sua fronte corrugarsi e i suoi baffi fremere d'indignazione.

«— Corpo d'una bomba! Esclamò colla sua voce tonante. Se mai vi fu gente degna d'esser mandata a Fenestrelle, si è quest'essa. Io mi felicito assai d'aver avuta la buona idea di dar l'ordine che fossero arrestati. Abbia pazienza, marchese, soggiunse volgendosi a me, io vorrei di gran cuore poterla contentare; ma i diritti di S. M. innanzi ad ogni cosa; noi teniamo alcuni birbanti rei di crimenlese, e non possiamo lasciarli andar più neppure per un momento. Trasmetterò tosto tosto questi documenti e i rapporti che li accompagnano al Governatore, e chiederò senza ritardo un'udienza a S. M. per renderla informata di tutto.

Tentai tuttavia insistere, ma per quanto dicessi tutto fu nulla. Allora tornai a casa avendo in animo di pregar Lei, la cui parola è più autorevole, di voler interporsi affine di ottenermi soddisfatto quello che mi pare legittimo mio desiderio.»

Il marchese aveva ascoltato suo figlio, sempre nel medesimo atteggiamento, silenzioso ed immobile, ed alle sembianze mal si sarebbe potuto scorgere quale impressione fosse la sua; quando Ettore ebbe finito, il padre si tacque ancora per un po', quasi riflettendo seco stesso sulle cose udite, poscia, levando lentamente il viso e fissando sul volto del giovane uno sguardo severo, imponente e dignitosamente corrucciato, egli disse:

— Ettore, molte cose vostre mi dispiacquero e mi tornarono indegne di voi e del nome che avete l'onore di portare; quest'ultima più di tutte mi spiace e la trovo indegnissima del vostro titolo, del vostro casato.

Il figliuolo fece un trasalto sulla sua seggiola, le guance gli arrossarono, si morse le labbra, e facendo forza per contenersi, proruppe tuttavia con voce resa balzellante dall'emozione:

— Le sue parole sono severe, padre mio, e mi pare che posso dire troppo severe. Ho il diritto di domandarle come mi può colpire di così tristo giudizio, ch'io ho la coscienza di non aver meritato.

Il padre lo guardò più severo di prima. Innanzi a quella grave fisionomia non ci sarebbe stato individualità, per quanto audace, che non si fosse sentita alcuna soggezione, come d'inferiore appetto ad un dappiù.