— La vostra coscienza v'inganna: diss'egli con voce lenta, contenuta, ma piena d'autorità e di forza. Pensate bene ai fatti vostri; voi, ieri sera, avete mancato inescusabilmente a quel debito d'urbanità, a quelle nobili maniere che per noi — per noi: ripetè battendo sulla parola — sono una legge nelle attinenze verso chicchessia...
Ettore interruppe vivamente, come uomo in cui la passione trabocca:
— Ecchè? Ella vuol darmi sì brutto carico per un po' di lezione data alla tracotanza d'un borghesuccio...
Il marchese guardò suo figlio aggrottando la fronte ed alzò una mano ad imporgli silenzio.
— Voi vi permettete d'interrompermi: diss'egli con fiera freddezza.
Il giovane si tacque.
— La tracotanza, continuava il padre, non fu per nulla da parte altrui. E voi dovreste sapere che ad un Baldissero si spetta dar lezioni di gentilezza come di generosità, di tratti squisiti come di valore; che abbandonarsi a certi atti plebei gli è un discendere noi stessi al grado della bassa gentuccia che li usa; che codesti atti in uomo della nostra sfera imprimono una macchia più a chi li adopera che a colui contro il quale sono adoperati. Ciò voi dimenticaste, e questa dimenticanza merita la condanna che vi ho espresso.
Ettore masticava i suoi baffetti in una contrarietà profonda e vivace, cui si sforzava a contenere perchè non prorompesse in isdegno. Suo padre essendosi taciuto, credette di poter a sua volta parlare senza incorrere in altra censura.
— Ella non conosce le nuove temerità di questa nuova borghesia che vien su colla ricchezza, aiutata colla stupidità dell'uguaglianza civile accordatale dall'improvvido codice, parodia delle leggi francesi. Ella giudica le cose colla norma del tempo della sua giovinezza, dopo avvenuta la ristaurazione, quando leggi e costumi concedevano efficacemente alla nobiltà quel posto che le compete. Ma ora non è più così. Le leggi, per deplorevole errore della Monarchia, ci vengono spogliando di quei diritti che i nostri nemici chiamano privilegi e che sono necessarii a costituire una vera ed efficace aristocrazia, senza la quale, Ella sa meglio di me non potervi essere mai un sodo e conveniente organamento della società. I costumi seguitano pur troppo lo esempio delle leggi, e gl'interessi contrarii delle classi inferiori, contenuti un tempo, ora trovando in quelle infauste leggi un appoggio, spingono al di là e fanno a soverchiarci se noi, tutti d'accordo e con ogni mezzo, non siamo pronti e risoluti al riparo. Que' riguardi che si avevano un tempo e che si devono avere alla nobiltà, ora diminuiscono nel popolo con sempre crescente proporzione. È molto scemato quel senso di rispetto che in presenza di un nostro pari faceva chinare le teste del volgo. I borghesi, col mezzo degli studi dell'Università, si vedono aperta la carriera delle alte cariche, quasi come noi: con troppo scandaloso eccesso, noi vediamo della gente da nulla oggidì, la cui plebea natura mal riesce larvata da un titolo recente, nei primi posti della magistratura e dell'amministrazione. Non c'è che l'esercito e la diplomazia che rimangano immuni ancora da questa vergogna. Mercè le industrie, delle quali il Governo ha la stoltezza di proteggere e favorire lo sviluppo, i plebei arrivano alla ricchezza, cui le disposizioni legislative non assicurano più bastantemente in possesso all'aristocrazia: e da ciò pigliano audaci pretese di farla alla pari, di stare a tu per tu con noi. Guai alla nobiltà se essa risolutamente, violentemente non rigetta col suo contegno in quel basso loco che le spetta la classe inferiore e impertinente dei borghesi! Bisogna camminarle addosso e schiacciarla, prima che ci soprammonti. Ecco le mie idee! Questo signor Benda, ricco figliuolo d'un fabbricante, conta fra' primi di quelli che si chiamano liberali, val quanto dire dei più impertinenti e de' maggiori nostri nemici. Percotendolo col mio guanto sulla guancia io ho schiaffeggiato quella sciagurataccia di moderna invenzione rivoluzionaria che chiamasi democrazia.
— Non si tratta di schiaffeggiarla questa democrazia: rispose colla medesima severità il marchese: si tratta di vincerla e di renderla impotente; epperò occorre che l'aristocrazia in ciascuno dei suoi membri — se fosse possibile — nei principali almanco, sia superiore in tutto e per tutto, passi innanzi per ogni modo, virtù, talenti, operosità, benemerenza di qualunque sorta, ai campioni delle nuove popolaresche pretese. Iddio ci ha fatta la grazia di metterci nelle prime file dell'umanità, sui gradini superiori della scala sociale; noi dobbiamo coi nostri atti renderci e mostrarci degni di tanto favore. Noi dobbiamo per nostro onore e per nostro dovere mantenerci in quell'alto grado in cui ci volle la Provvidenza; ma per ciò equivalenti ed acconci bisogna pur che ne sieno i mezzi. Abbiamo nel passato la regola della nostra condotta nel presente e nell'avvenire. Come si formò ella l'aristocrazia moderna nello scombuiamento prodotto dal rovinìo dell'antica società? Emersero fra le predestinate razze invaditrici quelli che avevano più forza e più valore individuale, la cui personalità meglio spiccata e robusta aveva intorno a sè maggior potenza d'influsso e quindi autorità meno contestata d'impero. Allora erano tempi e circostanze, in cui dominava quasi sola e doveva dominare la forza: gli è con questa che s'imposero ai popoli per diritto di conquista le aristocrazie d'Europa. La potenza del pensiero, allora menoma, era tutta raccolta e rappresentata nel clero cristiano; e l'aristocrazia da poco convertita ebbe la saviezza di fare bentosto alleanza col clero medesimo e prevalersi per ciò anche dell'autorità morale e intellettiva. Nel nostro tempo le condizioni sono mutate. La forza materiale del braccio e del valore non tiene più il primo posto nella schiera degli elementi di dominio; vi sono successe due altre forze: quella della ricchezza e quella dell'ingegno e della dottrina, la quale, nemmanco, non è più esclusiva dote del clero. Bisogna che l'aristocrazia, per conservare il suo primato s'impadronisca dell'una e dell'altra e ne usi a beneficio dell'intiera associazione. Quanto alla ricchezza, lamento al pari di voi quelle disposizioni legislative che conducendo al frazionamento obbligatorio delle grandi proprietà ed allo svincolo di esse, ne tolgono la sicura, continuata e irrevocabile possessione nelle nostre famiglie; ma Carlo Alberto si è arrestato a mezzo dell'opera e non gli è bastato il cuore di segnare il decadimento compiuto della nobiltà. Conservando i maggioraschi, egli ci ha lasciato un mezzo di riparare in parte al danno delle innovazioni introdotte nel diritto di successione; al resto occorre che ripari la nostra prudente attività, la quale, prendendo esempio dalla savia nobiltà inglese, domandi ai perfezionamenti dell'agricoltura, ai miglioramenti delle proprietà un aumento di rendite.