— E non ti affermò ancor egli la morte del neonato?

— Pienamente.

— Dunque tu non avevi altri obblighi verso la memoria di quell'uomo..... Capisco che l'udir questo nome il quale nei nostri paesi è affatto raro, possa evocarti quei certi ricordi, ma non è neppure da pensarsi che il presente Maurilio abbia alcuna attinenza con quello là. Maurilio Valpetrosa apparteneva ad una famiglia di Milano, e questo è un misero trovatello dei nostri campi.

— Un trovatello? Esclamò con qualche interesse il marchese.

— Sì: da se stesso egli si denominò per Maurilio Nulla. To', dà un'occhiata a questa specie di professione con cui egli cominciò questo quaderno di suoi scarabocchi, e vedrai.

Il marchese tolse in mano lo scartafaccio e lesse, scritte sulla prima pagina, le parole seguenti:

«Chi sono io? Non so. Che cosa io pensi, che cosa io voglia, a che cosa tenda l'agitazione di anima e di spirito che sì spesso mi domina e mi sprona e mi tormenta, non so nemmanco.

Se la sapienza dell'uomo, come dissero i Greci, pone la sua prima base nel conoscer se medesimo, oh quanto sono io lontano pur dal cominciamento di essa!

Tuttavia havvi in me, sento in me, alcuna cosa che, quantunque non sappia definirla, mi pare la parte migliore di me. È desso il mio pensiero? È la intelligenza? È qualche cosa di comune a tutti gli altri? oppure è speciale all'esser mio?

Sento così di frequente un bisogno immenso, irrefrenabile di effonder l'anima mia!.... A chi? A nessuno che mi si presenti colle sembianze d'uomo. In faccia ad un mio simile il mio labbro si rinserra sdegnosamente muto, e mi pare che una mano di gelo si imponga come coperchio a rinchiudere il cuore tumultuante.