Nella campagna solitaria ove conducevo al pascolo la giovenca, parlavo alla natura, e la natura parlava a me; sentivo la sua gran voce, ora soave come la carezza del zeffiro, che mi aleggiava sulla fronte, ora terribile come il muggito della bufera che scuoteva le quercie... Qui in città la gran voce tace per lasciar cinguettare il brulichio degli uomini.

Conviene ch'io parli a me stesso. Uscendo dall'interna chiostra formolate in parole, le audacie del mio pensiero, i sogni della mia fantasia, per fermarsi su questo pezzo di carta, sarà come se i lineamenti dell'anima ad uno ad uno venissero a riflettersi in uno specchio che ne conservasse l'impronta. A poco a poco i tratti si aggiungeranno ai tratti, l'immagine — forse — ne riuscirà discernibile, e l'anima riconoscerà se stessa.

«Chi sono io? Mi ridomando. È il gran problema che incombe sulla vita di tutti gli uomini. Per me si è fatto più crudo, più spiccato, più imminente, direi, avendo voluto... (chi? Debbo dire il caso? o la Provvidenza? o la malvagità degli uomini?)... avendo voluto la mia sorte ch'io qui sulla terra fossi, in mezzo ad una razza umana organata a famiglie, senza famiglia, senza legami di sangue, senza protezione di parentela e di nome.

«La prima volta che mi ferì il nome di bastardo sputatomi sulla faccia dalla Giovanna incollerita, non capii che cosa volesse dire quella parola, ma sentii che era un termine d'ignominia ond'era espressa cosa cui la gente faceva mia vergogna. Non mi sdegnai, non risposi, fuggii a nascondermi.

«Ora ch'io incomincio a gettar giù queste parole sulla carta, colla mano tremante, colla testa in tumulto, colla dolce e profonda emozione con cui si deve parlar d'amore la prima volta, con cui si inizia una segreta corrispondenza con cara persona a cui tutto si crede dovere e poter dire di noi; ora io conto intorno a diciott'anni di vita... Ah non so nemmanco di sicuro da quanto tempo il destino mi ha balestrato a soffrir sulla terra! Sono diciott'anni che un uomo mi raccolse abbandonato; ma quanti giorni avessi allora di esistenza — forse mesi, forse già un anno — non mi si disse mai, non lo seppe neanco chi non mi lasciò morir sulla via.

«In questi diciott'anni, dolorosissimi avvenimenti avvicendarono la mia combattuta esistenza: ma più gravi e più numerosi travagli e mutazioni si fecero nell'anima mia, in quell'essere interno che non so definire, dove tante idee s'intralciano e tanti diversi affetti si scambiano. Gli è i risultamenti di questo interno travaglio che io qui voglio registrare, per me — per me solo — a dar conto a me stesso dell'uso del mio ingegno, della mia volontà, dell'effetto di quegli studi saltuarii, abborracciati, ma cui è pur gran ventura che la sorte mi abbia concesso e mi conceda tuttavia di fare.

«Le leggi del mondo fisico e quelle del mondo morale; le leggi dell'organismo sociale come quelle dell'organismo del corpo umano; la vita della terra che ci sostiene, ugualmente che la vita della schiatta umana, delle masse dei popoli e degl'individui mi sembrano concentrarsi e concertarsi in una grande unità, di cui la mia mente troppo debole, e i miei studi troppo incompiuti, non possono darmi tuttavia la forza di abbracciare il complesso, ma che travedo, trasento e perseguo, quasi per istinto, traverso tutti i fatti dell'esistenza, dai moti della mia anima rinchiusa nella carcere del corpo a quelli dei mondi nello spazio infinito.

«Di questo travaglio analitico dell'intelligenza che si affanna alla ricerca della gran sintesi, scriverò le espressioni e le fasi in queste carte per conchiuderle il giorno in cui la morte mi faccia immota la mano, o per troncarle il dì, in cui un diverso apprezzamento me le faccia conoscere inutili e forse anco puerili.»

Il marchese lesse queste pagine con attenzione e non senza meraviglia.

— Un giovane in quelle condizioni, a quell'età, che scrive e pensa di tali cose, diss'egli, non è fatto ordinario. È in lui la stoffa d'un uomo di vaglia.