— Sì, in Roma... Aspetta ch'io raccolga le mie idee. Un poliziotto!... Quel pane d'infamia si comincia a mangiarlo di buon'ora, chi ha l'anima vile; ed in Roma ho avuto appunto di che spartire con quella scellerata Polizia...
Mandò un gridolino, che soffocò tosto, di sorpresa e di soddisfazione.
— L'ho trovato!... Mi ricordo che il Delegato di polizia che procedette al mio interrogatorio in Roma e mi tenne il linguaggio più burbero e più minaccioso che seppe non aveva l'accento romano. Stemmo in faccia l'uno all'altro quasi mezz'ora, e i miei lineamenti dovettero imprimersi nella sua memoria come i suoi si stamparono nella mia... Quel Delegato, ne metterei pegno la mano, è l'uomo di ieri sera.
— Ma allora, disse Romualdo profondamente turbato, egli conosce appuntino l'esser tuo...
— Non basta ch'egli lo conosca, interruppe Mario vivamente: bisogna che lo provi. Per ciò non potrà allegare altro che la sua affermazione. Questa basterà ed anche troppo, quando non vi sia nissun argomento in contrario a mia difesa; ma se troviam modo — e bisogna cercarlo assolutamente — di recare in appoggio della mia identità innocente con Medoro Bigonci qualche altra affermazione autorevole, si metterà la denunzia del poliziotto in conto d'uno sbaglio dovuto ad una rassomiglianza, e il pericolo potrà essere superato.
— Dove trovare quest'affermazione autorevole? Domandò Romualdo sempre turbato quel medesimo.
E Mario sempre calmo, con tutta libertà di mente:
— C'è qualcheduno che può procurartela. Aspetta.
Trasse di tasca un taccuino, vi stracciò un foglio e vi scrisse su poche parole colla matita.
— Gli è certo, diss'egli poi, che adess'adesso sarò arrestato in teatro, dove i birri già m'aspetteranno; appena ciò sia, tu corri dal dottor Quercia a casa sua, di cui ti scrivo qui sopra l'indirizzo; narragli l'accaduto senz'altro ed esponigli di che si ha bisogno. Gli è quell'uomo, a cui vi ho detto ieri sera che dovremo il concorso della plebe: egli può molto, e vuole, e sa!.... Non dubito ch'egli ci trarrà d'ogni impaccio.