— Come! Gridò egli. Me lo conducete via? E le prove?

— Che cosa importa a noi delle vostre prove? Ci fu dato ordine di portarlo dal Commissario appena lo trovassimo, e ce lo portiamo.

— Ma almanco lo si lascierà venir tosto a far queste benedette prove, senza cui non posso andar avanti.

— Sì, bravo, contateci su: risposero i birri ridendo ironicamente. E' ci vorrà un poco prima che costui ne abbia gli occhi netti.

— Oh povero me! Esclamava l'impresario. Ma io sono un uomo rovinato..... Io protesto.

Come è facile immaginare, tutte le esclamazioni e tutte le proteste del pover'uomo non giovarono a nulla, e Medoro Bigonci fu tratto in arresto.

Mentre l'impresario si disperava della più bella, nell'emozione che questo fatto aveva destato in mezzo a tutti gli artisti colà radunati, Romualdo si accostò chetamente all'impresario medesimo e presolo ad un braccio per chiamarne a sè l'attenzione, gli disse:

— Senta un po' qua signore.

Romualdo, che pochi anni addietro aveva dato fondo al suo patrimonio scialandola da giovane elegante, era stato frequentatore assiduo di spettacoli e conoscente famigliarissimo del mondo teatrale[7]; l'impresario non avevalo ancora dimenticato e volentieri si rese all'invito di lui, appartandosi alquanto dagli altri.

— Oh sor avvocato: cominciò senz'altro l'impresario colla passione d'un uomo che vede recarglisi un grave danno irreparabile: a me le mi toccano proprio tutte! Questa, le dico io, che mi rovina senz'altro. La stagione è già andata fin adesso zoppicando, e quest'ultimo colpo mi rovescia colle gambe in aria. Senza Bigonci io non ho più uno spettacolo tollerabile da mettere in iscena, e mi conviene chiudere il teatro. Si figuri il mio danno! Ho l'ultimo quartale da pagare. In quest'ultima settimana di carnevale avrei fatto i migliori introiti di tutta la stagione, che mi avrebbero alquanto rimpannucciato. Che! Non posso nemmanco dar la rappresentazione di domenica per la venuta della Corte!!