Così fecero. La Direzione teatrale, composta a quel tempo di titolati del più puro sangue aristocratico, si commosse assai all'affermazione che, mancando Bigonci, la rappresentazione dell'ultima domenica del carnovale non avrebbe potuto aver luogo; e promise pigliar interesse per questa faccenda. Ad un punto interrogò, com'era naturale, se l'impresario conoscesse le ragioni dell'arresto di quel cantante, e Romualdo senza esitare ripetè ciò che aveva già detto all'impresario, e poi con tutta sicurezza soggiunse:
— Ma io e qui l'impresario possiamo far fede che questo è realmente un mero errore materiale, frutto di quella straordinaria rassomiglianza. Gli è da cinque o sei anni che noi conosciamo Bigonci; e sempre l'abbiamo conosciuto per artista di canto e sotto il suo nome, e ne possiamo rispondere.
— Gli è vero? Domandò il presidente della Direzione all'impresario.
Questi non osò negare, nè contraddire menomamente il suo compagno; ma non osò neppure dir franco di sì; curvò il capo in una mossa dubbia, che gli altri presero per affermativa. Il presidente della Direzione scrisse senza ritardo una lettera di ufficio al generale Barranchi, nella quale, appoggiandosi sulla testimonianza dell'impresario, si negava l'identità dell'arrestato col rivoluzionario Mario Tiburzio e si faceva un pressante richiamo per la pronta liberazione del baritono Bigonci, la cui presenza era necessaria al buon andamento degli spettacoli nel teatro di S. M.
Mentre uscivano dall'ufficio della nobile Direzione teatrale Romualdo e l'impresario ebbero la fortuna d'incontrare il conte San-Luca il quale recavasi alla sua solita stazione al caffè Fiorio.
Nel tempo della sua vita spendiosa ed elegante, Romualdo era stato per due carnovali di seguito vicino di sedia chiusa al teatro Regio col conte San-Luca, ed aveva avviata con esso una certa amichevole relazione che s'era stretta ancora di vantaggio nelle frequenti volte che si erano trovati di compagnia nella casa d'una celebre prima donna cui proteggevano ambedue ed in certe cene che regalavano di conserva all'appetito delle corifee del Corpo di ballo. Benchè Romualdo, ridotto al verde, avesse cessato da un po' di tempo quel genere di vita, tuttavia il conte San-Luca degnavasi ancora rispondere con garbo al saluto che il giovane borghese gli dirigeva, trovandolo per istrada, così bene che per le attinenze del passato, Romualdo si credette in facoltà di fermare il nobile zerbino per informarlo della grave disgrazia che aveva colpito l'impresario e minacciava far sospendere il corso delle rappresentazioni del massimo teatro torinese.
A San-Luca parve cotesta una cosa tutt'altro che da prendersi a gabbo, e quel passo che alle istanze del marchesino di Baldissero aveva rifiutato di fare presso suo zio, si decise di farlo ora che vide minacciata di un'immatura fine la serie de' suoi divertimenti. Corse adunque dal conte Barranchi, e tanto disse e tanto fece, affermando, testimoniando, giurando l'innocenza dell'incriminato baritono, che ne ottenne quella lettera che abbiamo vista scritta dal comandante della Polizia al Governatore della città.
A ciò venne ad aggiungersi la pratica iniziata dalla nobile Direzione teatrale, la quale avendo dato luogo ad uno scambio sollecito di dispacci dall'una parte e dall'altra di quella stessa giornata, ebbe per risultamento un compromesso mercè cui la Polizia consentiva a ciò che il sig. Bigonci andasse in teatro lungo il giorno alle prove e la sera alla rappresentazione, ma ci andasse accompagnato da due arcieri travestiti che sempre lo custodissero a vista, e finita la sua parte lo rimenassero nella carcere assegnatagli al Palazzo Madama: frattanto si appurerebbero di meglio le cose per prendere poi a questo riguardo una risoluzione definitiva.
Ma Romualdo non si contentò d'essersi adoperato in questo modo e d'aver ottenuto codesto. Avendo poscia appreso tutto ciò che era capitato, assai gli doleva e della pena in cui era la famiglia Benda, e del modo barbaro e villano in cui Selva era stato trattato nel suo arresto, e del pericolo gravissimo che incombeva sui tre carcerati amicissimi suoi, Maurilio, Francesco e Giovanni, e sul buon Vanardi stesso e la sua famiglia, e su se medesimo. Pensando e ripensando quali modi possibili gli si presentassero mai da tentare per ottenere alcun riparo all'avvenuto danno ed a quelli più gravi minacciati, dopo averne immaginato di mille guise spedienti gli uni meno accettabili degli altri, si fermò ad un tratto sopra un proposito che era strano, quasi temerario, ma che gli sembrò presentare alcuna probabilità di successo.
Aveva udito la sera innanzi narrato da Mario Tiburzio un suo colloquio con Massimo d'Azeglio venuto di quei giorni in Torino, a detta di tutti, non senza intendimenti politici; aveva udito come questo patriota che disposava insieme nel suo liberalismo le delicature dei modi aristocratici coll'amore della democrazia e della libertà, nutriva molte speranze per la causa italiana nei generosi e nazionali, ancora segreti sentimenti del re; come appartenente egli stesso a quel ceto nobiliare che teneva in Piemonte l'assoluto sopravvento, benchè per opinioni da' suoi pari disgiunto, Romualdo supponeva che alcun influsso di protettorato potesse esercitare colla sua parola Massimo D'Azeglio, il quale d'altronde conosceva, stimava ed amava l'animo forte, le convinzioni profonde e l'onestissima operosità patriotica di Mario Tiburzio. L'amico di Mario e di Selva sapeva d'altronde che gli uomini di superiore intelligenza non amano stare e non istanno soggetti alla volgare tirannia di quelle regole delle forme sociali, per cui i rapporti fra persona e persona ricevono limiti ed ostacoli spesso impacciosi; e dagli scritti del nobile piemontese e da quanto conosceva della vita di lui, Romualdo era chiarito della superiorità dell'intelligenza di Massimo; poteva quindi esser quasi certo che presentandosi a lui, benchè ignoto affatto e di persona e di nome, ma presentandosi con fare appello alla generosità di quel carattere, ne sarebbe stato accolto ed ascoltato senza fallo.