Romualdo non lasciò raffreddare in sè il calore di quella risoluzione; si avvide che, indugiando, ne avrebbe perduto il coraggio, e si diresse senz'altro verso la locanda d'Europa, allora chiamata albergo Trombetta, dove sapeva alloggiato il D'Azeglio.
Entrò sotto quel portone, salì quelle scale fino al pianerottolo dell'uffizio della locanda col cuore che a dire la verità gli palpitava un pochino. Si trattava di comparire innanzi ad un uomo cui la gloria già acquistatasi dava una imponenza maggiore che non faccia l'autorità ufficiale d'una carica governativa. Al primo garzone che gli venne incontro, Romualdo colla faccia sicura d'un uomo che domanda la più semplice cosa del mondo, chiese:
— Massimo d'Azeglio c'è?
A Romualdo pareva che questo nome bastava da sè, e non aveva punto bisogno d'essere scortato da nessun titolo; ma così non parve al cameriere. Questi guardò bene dall'alto in basso il giovane che lo aveva interrogato, poi rispose con tono che mostrava codesto esame non avergli ispirato molta deferenza pel visitatore:
— Mi par bene che il marchese d'Azeglio non sia ancora uscito.
E voltosi ad un uomo attempato che sedeva dietro un tavolino nell'uffizio, domandò a sua volta:
— N. 87 c'è?
L'uomo del tavolino si volse a guardare un gran quadro di legno nero in cui erano schierati in file regolari i numeri di tutte le camere dell'albergo con un gancino a cui si appiccava la chiave di quelle non occupate o di cui l'occupante fosse uscito.
— C'è: rispose come uno Spartano l'uomo attempato.
— Sa Ella dove sia il numero 87? Domandò il cameriere a Romualdo.