— No: rispose questi che ignorava compiutamente la geografia di quella principale fra le locande torinesi.

— Su, all'ultimo piano: disse il garzone, e mentre Romualdo cominciò a salire, fattosi alla ringhiera della scala tirò una corda che fece suonare un campanello nella stanza di passaggio dell'ultimo ripiano.

Il nostro giovane continuò a scalpitare, salendo, la lista di tappeto che copriva il mezzo dello scalone di marmo, e poscia la stuoia più democratica che dal secondo piano in su sostituiva il tappeto, e quando giunse proprio in alto della casa, trovò dritto sull'ultimo scalino un altro cameriere che era postato là come un punto interrogativo.

— Cerco il numero 87: disse Romualdo senza aspettar altro.

Ma l'Azeglio, avvezzo ad essere disturbato da mille fastidiosi inutilmente, aveva dato ordini opportuni in proposito.

— Mi dica il suo nome: ribattè il cameriere, sul quale l'aspetto del giovane non pareva aver fatto una impressione diversa da quella del suo compagno al primo piano; ed io andrò ad annunziarlo.

Romualdo trasse di tasca un suo taccuino e sopra un foglio che ne stracciò scrisse il suo nome e sottovi queste parole: «Le sono affatto sconosciuto, ma vengo a chiederle un grandissimo favore per quattro giovani patrioti.»

Il cameriere prese la carta e sparì voltando in un corridoio. Il battere del cuore di Romualdo non cessò in quei pochi momenti che stette aspettando; e quei momenti furono pochi davvero. Il garzone ricomparve all'angolo del corridoio e disse al giovane che aspettava:

— Mi segua.

Camminarono un tratto e poi si fermarono ad una porta sopra cui era scritto il numero 87, e nella toppa della cui serratura stava ficcata la chiave.