Il cameriere battè leggermente nell'uscio colla nocca delle dita.

— Avanti: disse dall'interno della stanza una voce velata, un po' debole, quasi stanca, ma gentile e piacevole.

L'uscio fu aperto, il garzone si trasse in disparte, Romualdo entrò e si trovò faccia a faccia coll'alta e spigliata persona di Massimo d'Azeglio.

— Venga avanti: disse l'illustre scrittore, aguzzando gli occhi, col serrar delle ciglia, per un vezzo che era abituale alla sua miopia, verso il giovane che entrava inchinandosi.

Era l'Azeglio avviluppato in una vestaccia di lana bianca che dimezzava di forma fra la zimarra e l'antico lucco fiorentino, con un capuccio che cascava dietro le spalle, e colle mani se ne teneva egli serrate al corpo le falde, mentre drizzatosi in piedi faceva un passo nella direzione della porta ad incontrare chi entrava.

Era quella dall'Azeglio occupata una piccola e modesta cameretta, con una semplice tappezzeria di color chiaro appiccata alle pareti, con un piccolo letto senza cortinaggio, con pochi mobili di semplice legno verniciato, con una modesta valigia in un angolo, con un piccolo caminetto alla Franklin, in cui ardeva un fuoco niente superbo. Quella stanza non rispondeva alla dignità del titolo marchionale e dell'aristocratico lignaggio, ma all'umiltà ed alle mediocri fortune dell'artista, del letterato e del secondogenito di nobil famiglia.

La finestra si apriva nella parte esterna della casa e si vedeva, precisamente di faccia, al fondo della piazza reale, sorgere la massa imponente del palazzo regio, dimora di Carlo Alberto. Presso ai vetri della finestra era un piccolo tavolino con sopravi alcuni fogli, di cui uno scritto a metà, e la penna, tuttavia bagnata d'inchiostro, posatavi daccanto; si vedeva che l'Azeglio era stato interrotto mentre scriveva e s'era tolto pur allora da quel tavolino, traendo indietro per alzarsi la poltrona che gli stava dinanzi. La cominciata scrittura, a cui Massimo stava lavorando, era il famoso opuscolo, che tanto utile effetto doveva produrre in Italia col titolo: Gli ultimi casi di Romagna.

Romualdo non seppe a tutta prima che inchinarsi, come ho detto, pronunziare le usate parole di saluto e guardare con intentiva, ma rispettosa attenzione quella simpatica figura sorridente, illustrata dalla fama.

— Lei dunque è il signor Romualdo, incominciò l'autore d'Ettore Fieramosca, guardando sul fogliolino che il giovane avevagli mandato, e ch'egli teneva ancora in mano; e viene da me per un favore?

— Signor sì: rispose il giovane: ed Ella comprenderà meglio la ragione della mia temeraria venuta, quando le avrò detto che uno di quei patrioti per cui vengo ad interessare la sua generosa bontà, è Mario Tiburzio.