Massimo d'Azeglio sogguardò un istante il suo interlocutore con acuità di sguardo profondamente scrutativa. La missione politica cui l'illustre scrittore aveva assunta non era ignota al partito assolutista che teneva allora l'impero in Piemonte, e ben sapeva l'Azeglio di essere osservato, spiato, e circondato di tranelli e d'insidie, affine di coglierlo in fallo ed aver un pretesto d'ordinargli lo sfratto dagli Stati del re, a dispetto delle sue aderenze e del suo nome. E che questo avvenisse prima ch'egli avesse potuto, non che compiere ma tentare l'opera per cui era venuto, sommamente avrebbe doluto all'Azeglio; quindi senza nascondersi per nulla, senza infingersi menomamente, stava egli in sulle guardie con quella finezza di discernimento che non poteva dirsi furberia, la quale troppo spesso confina coll'inganno e colla mala fede, ma che era una prudente avvedutezza naturale al suo ingegno, onde governava i suoi atti e parole.
Il fatto d'uno sconosciuto che gli si presentava senza ricapiti di sorta, e di colpo veniva a gettargli innanzi il nome di uno dei più esaltati tra i rivoluzionari italiani, era tale da far nascere sospetto anche nel più confidente e nel meno avvisato degli uomini; laonde Massimo stette un momento prima di rispondere, e affondò quel suo sguardo limpido e sereno negli occhi di Romualdo. Ma fu un istante. Osservatore acuto ed esercitato degli uomini e delle cose, il nobile patriota non tardò a leggere sulla fisionomia di chi gli era venuto innanzi l'onestà, la sincerità e insieme quella ammirazione per colui che veniva a supplicare, la quale, anche all'animo degli uomini superiori, è la dolcezza d'un omaggio non disgradito. Fece seder Romualdo innanzi a sè, e con piglio pieno di fiducioso abbandono e tale da ispirare la più compiuta fiducia, disse a sua volta:
— Ella conosce Mario Tiburzio?
Romualdo sentì l'obbligo di spiegare le relazioni che passavano fra lui e l'emigrato Romano, e di narrare il modo onde avevano avuto principio; poi finì per esporre come Mario fosse stato arrestato e al pari di lui tre altri giovani suoi amici, ne disse il modo e raccontò eziandio quanto era stato combinato fra lui e Mario, e quanto egli aveva già incominciato ad operare affine di ottenere distrutti i sospetti della Polizia e liberati i quattro giovani.
D'Azeglio lo ascoltò in silenzio, molto attento e con evidentissimo interesse. Poscia manifestò il più gran rincrescimento delle cose avvenute e il suo grandissimo desiderio che le cattive conseguenze di tali arresti si potessero impedire. Taciutosi un momento, recandosi sopra sè, si volse quindi con vivacità al suo interlocutore, dicendogli:
— È Ella venuta per caso affine di avere in me un altro testimonio da escludere l'identità di Mario?
— No, signore: rispose Romualdo con accento pieno di sincerità. A codesto non avevo nemmanco pensato.
— Tanto meglio!... Per quell'opera avrebbe trovato in me uno stromento affatto inefficace. Io non sono buono a mentire. Non è mica un elogio che mi faccio; è un fatto che espongo. La mia natura è così: a dire il contrario del vero non ci ho gamba, e le parole, se il voglio fare, mi si strozzano nella gola. Tutt'al più posso tacere il vero.
— Io ho pensato che Ella potrebbe aiutarci: disse allora Romualdo: il come, non l'ho nemmeno cercato. Mi sono detto fra me e me: quando egli sappia come stanno le cose non negherà di accordarci il suo patrocinio, e il modo di questo Massimo d'Azeglio saprà trovarlo assai più facilmente e meglio acconcio di quello che io gli saprei suggerire. Non sono stato a riflettere dell'altro, e sono venuto.
D'Azeglio sorrise, stette un poco assorto in sè, guardando traverso la piazza tutto bianca di neve, le brune muraglie del castello, la neve che continuava a fioccare con denso turbinar su se medesima, e in fondo alla scena, per così dire, il severo palazzo reale; poi disse ad un tratto, come cedendo ad un interno sentimento che prorompa: