— Ebbene sia: Ella ha ragione d'esser venuto. Tenterò la salvezza di quei poveri giovani, e con ciò tenterò eziandio qualche cosa di maggiore pel bene d'Italia.

Si tacque un momento quasi cercando le parole con cui aveva da esprimersi; poi crollando lievemente la testa con atto pieno di grazia e d'abbandono e sorridendo di quella sua guisa gentile ed amichevole, soggiunse:

— Io non ho autorità nè influsso di sorta presso nessuno degli alti funzionari che regolano a lor posta lo Stato, anzi sono loro grandemente in uggia ed in sospetto, e una parola mia farebbe peggio; non è quindi a nessuno di essi che penso indirizzarmi. Dacchè sono in Torino, quest'ultima volta, ho sempre pensato di domandare un'udienza al Re; ora le cose sono ad un punto che la desidero e la stimo necessaria più che mai. Domanderò sollecitamente questa udienza, e per essere sicuro del fatto mio, la domanderò per mezzo del marchese di Baldissero, il quale, benchè di opinioni affatto contrarie alle mie, mi stima, e cui io stimo oltre ogni dire. Al Re francamente, insieme con tutte le altre cose che voglio dire, parlerò dei suoi amici, signor Romualdo, e spero di ottenere dal cuore di Carlo Alberto la più clemente risposta.

— E non si può dubitare dell'esito: proruppe Romualdo con un calore contenuto che era un entusiasmo di buona lega frammisto a riconoscenza. Ella avrà tolto dalle angustie la famiglia di Benda, avrà salvata quella di Vanardi; avrà conservato all'Italia dei giovani che son pronti a dare per essa, quandocchessia la vita....

Qui si fermò ad un tratto, e chinò gli occhi con aspetto dubbioso ed esitante, come chi vede affacciarglisi ad un tratto una difficoltà od uno scrupolo di molta rilevanza.

— Ma, soggiuns'egli tosto di poi con accento privo della foga di poc'anzi, ma non di una certa dignitosa sincerità, sollevando di nuovo gli occhi sull'Azeglio che lo guardava sempre con quella sua attenzione benignamente osservativa: ma supplicare di grazia Carlo Alberto, noi... imperocchè gli è come se noi medesimi lo supplicassimo.... noi che in realtà congiuriamo a suo danno e vogliamo abbattuto il suo governo che stimiamo avverso ai destini ed ai diritti della nostra patria!... Lo dobbiamo noi? Lo possiamo in coscienza?...

Massimo d'Azeglio prese vivamente la mano del giovane e la strinse nella sua.

— Bravo! Esclamò. Ecco uno scrupolo che mi piace.

— E poi, continuava Romualdo, l'avere dal Re una grazia anco a quel modo ottenuta, non implicherebbe un tacito impegno da parte nostra di rinunziare ai nostri propositi e disegni? E noi ciò non possiamo fare a niun modo. Un giuramento solenne, e più ancora le nostre convinzioni non ce lo permettono. Fino alla morte, con ogni mezzo che ci si presenti, noi dobbiamo e vogliamo adoperarci per la libertà e per l'indipendenza d'Italia....

— E va benissimo: interruppe con vivacità l'autore di Niccolò de Lapi. E ciò dovete fare, e farete, ci conto su. Ma la questione sta nei modi di questo adoperarvi per la santa causa della patria. Certo riavendo da Carlo Alberto la libertà tolta loro dalla sua Polizia, i vostri amici non dovrebbero più vagheggiare nè tentare impresa nessuna che fosse contro la persona o lo scettro di quel Re... Io non voglio saper nulla dei vostri attuali progetti; ma conosco abbastanza le follie e le illusioni di quel partito a cui in disperazione d'altro mezzo avete dato il nome, per esser certo che voi scambiate per attuabili delle chimere impossibili. Non vi domando in nessuna guisa una promessa di rinunziare a quei pazzi disegni di cui le circostanze medesime vi mostreranno l'assoluta vanità. Sono sicuro che a quei propositi vi siete appigliati perchè non vedevate altro modo di agire in pro della libertà: quando io stesso vi possa additare un mezzo più sicuro e più leale da ciò, confido che voi l'adotterete eziandio, rinunciando alle tenebrose congiure.