La sua curiosità non potè frenarsi: tese egli una mano con una mossa avida e riguardosa nello stesso tempo, da paragonarsi a quella del gatto che colla zampina cerca levare il marrone dal fuoco, afferrò la più grossa di quelle buste e l'aprì. Una voce di stupore e d'ammirazione uscì dal suo petto quasi involontariamente.

— Che magnifici diamanti! Esclamò egli mentre i suoi occhi scintillavano come se la luce di quegli stupendi brillanti si ripercotesse nelle sue pupille.

Gian-Luigi alzò con calma il capo, guardò freddamente Nariccia e disse col più semplice tono di voce:

— Gli è appunto di ciò che son venuto a parlarvi.

E continuò a scrivere la ricetta. Quando ebbe finito la porse all'usuraio dicendogli:

— Prendete subito questa roba, oggi stesso, e spero ne avrete giovamento.

— Sì, grazie: rispose Nariccia, prendendo la carta dalle mani del medichino; ma i suoi occhi birci erano sempre fissi sul luccicar dei diamanti, e la sua salute in quel momento gli era quello a cui pensava di meno.

— Non è vero che sono stupendi? Disse Quercia con tutta indifferenza.

Ma sul primo effetto, cui non era stato capace di padroneggiare, Nariccia aveva già fatta prevalere la riflessione. Il medichino gli aveva detto che di ciò appunto era venuto a parlargli. Certo trattavasi di qualche transazione in proposito. Il mercatante, no, dirò meglio l'usuraio, aveva già preso il sopravvento, e fu con tono reso affatto impassibile che Nariccia rispose:

— Mi par veramente che sieno belli, ma questa non è la mia partita: io non me ne intendo di molto, e non potrei portarne un giudicio proprio esatto.